Gianluca Busio ha conquistato Kansas City, ora Venezia lo aspetta

Per capire quanto, quasi dal nulla e assolutamente all’improvviso, l’impiego da parte delle franchigie MLS dei giovani prodotti dal proprio settore giovanile sia cresciuto negli ultimi anni e quanto, sopratutto, questi ragazzi abbiano dimostrato costantemente di essere in grado di giocare ad un livello superiore e di poter da subito avere un impatto nel contesto più difficile possibile negli Stati Uniti, basta guardare a quello che è successo nei playoff 2020. Cristian Torres di LAFC è diventato, nell’incontro a Seattle poi perso per mano dei Sounders, il secondo giocatore più giovane a prendere parte ad una partita di playoff nella storia della lega dopo Freddy Adu, ma essendo partito titolare è anche diventato il più giovane giocatore nella storia a partire titolare nella post-season, a sedici anni e duecentoventitre giorni. Nella top 5 in quest’ultima categoria si è trovato in compagnia di Caden Clark, che appena tre giorni prima aveva iniziato la sfida contro i Columbus Crew a diciassette anni e centosettantotto giorni, buono per la quinta posizione in questa speciale classifica – dopo aver esordito in MLS neanche due mesi prima. Ma non solo, perché nonostante la sconfitta dei suoi Red Bulls Caden Clark è riuscito a trovare la via del gol, diventando il secondo giocatore più giovane di sempre a segnare ai playoff, dopo Jozy Altidore, in rete nel 2006 contro DC United sempre per i Red Bulls otto giorni prima del suo diciassettesimo compleanno. A raggiungere Clark in quella classifica – rispettivamente al terzo e al quarto posto – all’interno della stessa post-season si sarebbero aggiunti altri due nomi, quelli di Ricardo Pepi, decisivo nell’1-1 che mandò poi ai rigori la partita vinta dalla sua Dallas contro i Portland Timbers a diciassette anni e trecentodiciassette giorni e sopratutto Gianluca Busio, capace di segnare nei momenti finali dei regolamentari contro San José, a diciotto anni e centosettantotto giorni. Ma non finisce qui – lo so, vi sto stancando con questi elenchi ad anelli che sembrano quasi identici se non fosse per un unico e piccolissimo dettaglio, ma vi giuro che questo è l’ultimo – perché in quello stesso match Gianluca Busio aveva servito l’assist per il primo gol di Sporting Kansas City, diventando così il più giovane calciatore nella storia dei playoff MLS a segnare e a raccogliere un assist all’interno della stessa partita. Per dire, con questa prestazione Busio ha battuto di più di un anno il secondo – e il terzo – più giovane in questa classifica, un tale Landon Timothy Donovan da Ontario, California, e di quasi due anni chiunque non fosse uno dei tre giocatori più forti nella storia dello USMNT, ovvero DeAndre Yedlin. Insomma, i playoff 2020 hanno rappresentato un momento del tutto a sé stante e imparagonabile con il resto della storia del movimento nel rapporto tra la MLS e i giovani calciatori da essa prodotti. E al centro di quella scena c’è stato, con pieno merito, Gianluca Busio, che oggi è stato annunciato come il nuovo giocatore del Venezia per una cifra intorno ai sei milioni di dollari con quattro milioni di bonus facilmente raggiungibili, diventando così il secondo statunitense ad arrivare non solo in Serie A, ma più nello specifico all’ombra di San Marco in questa sessione di mercato, dopo Tanner Tessmann da FC Dallas.

Nel caso non siate familiari con il giocatore e abbiate delle domande riguardanti più in particolare il suo nome, sì, Gianluca Busio ha origini italiane e no, non può rappresentare la nazionale italiana, non più almeno, o comunque non per i prossimi anni. Gianluca Cristiano Busio è nato a Greensboro, North Carolina, il ventotto maggio del 2002, da padre italiano nativo di Brescia e madre afro-americana. Il rapporto con l’Italia della famiglia Busio è sempre stato abbastanza forte, come confermato dallo stesso Gianluca, che ha raccontato di come ogni anno tornasse con i suoi nel paese di origine del padre a passare le vacanze e di come sia anche in grado di parlare più che decentemente l’italiano. Il rapporto viene tramandato anche dai nomi non solo di Gianluca, ma anche dei suoi due fratelli più grandi – Ilaria e Matteo – e dal supporto agli azzurri mostrato su Twitter tanto da Matteo Busio – attaccante per la University of North Carolina at Charlotte – quanto dai retweet di Gianluca. Il quadretto familiare farebbe ben sperare chi, magari colpito dal talento di questo ragazzo 2002, sperasse di vederlo indossare un giorno la maglia azzurra, ma la realtà è che, al di là di qualche abboccamento con la nostra federazione, che avrebbe contattato Busio e il suo camp per quella che è la telefonata standard per tutti i dual-national di questo mondo – immaginiamo qualcosa del tipo: “ti stiamo osservando, continua l’ottimo lavoro” – il suo futuro con lo USMNT non è mai sembrato in dubbio, e, in seguito alla convocazione e poi all’esordio nella Gold Cup poi vinta dallo USMNT, nella notte italiana seguita alla vittoria di Wembley della nazionale di Roberto Mancini, Busio è ufficialmente diventato un giocatore della nazionale statunitense almeno per i prossimi tre anni, in seguito ai quali, nel caso non scendesse più in campo con la selezione statunitense, potrebbe anche pensare di rappresentare l’Italia – anche se viene difficile immaginare che un giocatore assente per tre anni da una pur sempre più profonda nazionale statunitense possa essere un prospetto d’interesse per l’Italia, a meno che non sia lui stesso a rifiutare le convocazioni allettato dalla corte della FIGC.

Parliamo di uno scenario dai contorni quasi distopici, quasi più una boutade che un qualcosa di realmente immaginabile. Busio non solo si è inserito subito all’interno del gruppo – molto omogeneo e composto principalmente da giovani e prodotti MLS – costruito da Berhalter per questa Gold Cup, ma è stato in questi anni una parte fondamentale delle selezioni giovanili statunitensi, partecipando ad un mondiale Under 17 nel 2019, e sarebbe dovuto essere al centro della squadra che Anthony Hudson avrebbe scelto per il mondiale Under 20 del 2021 – ha giocato entrambe le amichevoli del gennaio 2020 che hanno rappresentato ad oggi gli unici incontri per questo ciclo di giocatori – se solo la pandemia non fosse intervenuta a cancellare per un’intera generazione di giovani calciatori la possibilità di rafforzare la propria unità come gruppo già forgiata nelle categorie inferiori. Ma al di là della questione legata alla nazionale, raccontare l’ancora giovane carriera di Gianluca Busio è un buon viatico per raccontare – come in parte si è già fatto – quanto la MLS stia cambiando, quanto vertiginosa sia la crescita della lega e quanto significativo sia il cambio di passo e di strategia che le franchigie abbiano intrapreso. Cresciuto nel vivaio del North Carolina Fusion, una delle squadre dilettantistiche parte della defunta US Soccer Development Academy, a quattordici anni Busio si è unito al settore giovanile di Sporting Kansas City. Dopo neanche un anno, nel 2017, le sue qualità impressionanti e il suo possesso di un passaporto comunitario – che gli avrebbe permesso di trasferirsi in Europa prima dei diciotto anni, come fatto da Gio Reyna e Christian Pulisic, che non essendo legati a contratti professionistici non hanno fatto spendere un singolo centesimo al Borussia Dortmund – spinsero la franchigia ad offrirgli un contratto MLS da homegrown con scadenza nel 2020 e team option per il 2021 e il 2022 – dunque lo stesso che era in essere prima del trasferimento a Venezia – ad appena quindici anni e ottantanove giorni. In quel momento storico, Gianluca era appena diventato il secondo giocatore più giovane a firmare un contratto da professionista in MLS dopo la persona i cui record di precocità saranno difficilmente battibili, l’onnipresente Freddy Adu. In data odierna, appena quattro anni dopo, Busio è scivolato in sesta posizione, venendo superato, in ordine temporale, da Joe Scally – 2018, quindici anni e ottantatre giorni – Emi Ochoa – 2019, quattordici anni e centonovantuno giorni – Gabriel Slonina – 2019, quattordici anni e duecentonovantasette giorni – e Bento Estrela – 2021, quattordici anni e trecentosessantaquattro giorni.

Detto che non siamo più – per fortuna – nell’epoca del wonderkid mancato forse più noto di tutti i tempi, in parte perché l’ambiente calcistico americano ha capito quanto certe pressioni possano essere solo controproducenti, e in parte perché l’abbondanza di talenti permette di non caricare sulle spalle di un solo ragazzo tutte le aspettative, quando un giocatore così giovane firma da professionista, lo scorrere di quella penna sulla carta fa ancora molto rumore. E dunque il processo di crescita di un prospetto di questo tipo è sempre delicato e richiede una pazienza fachirica, quella che Peter Vermes, da oltre un decennio ormai allenatore di Sporting Kansas City, ha avuto con Gianluca Busio, inserendolo piano all’interno dei meccanismi di una contender perenne e cercando per quanto più possibile di ampliarne il raggio d’azione. Proprio Vermes, terzo con la nazionale statunitense al mondiale di futsal del 1989, ha avuto modo ad inizio stagione di commentare la crescita vertiginosa del suo prospetto più interessante: “Ogni anno mi sorprende, ogni anno mi impressiona, è incredibilmente maturo per la sua età, sa bene cosa vuole. […] Non è arrogante, è umile ma ha grande fiducia nei suoi mezzi, va in campo e tira fuori anche l’anima ogni giorno. I suoi compagni lo rispettano, vedono quello che fa e si rendono conto che ha solo diciotto anni, è veramente impressionante. Sono fortunato ad averlo accanto a me ogni giorno”. Queste parole, arrivate all’inizio di questa pre-season, lasciavano immaginare che il classe 2002 potesse veramente essere protagonista, come da lui stesso annunciato, del next step decisivo, quel balzo che l’anno scorso aveva trovato Brenden Aaronson, poi passato al Red Bull Salisburgo dopo un’eccellente annata con i Philadelphia Union, e se questo primo terzo di stagione MLS non ci ha lasciato necessariamente un Busio da Best XI stagionale come l’Aaronson del 2020, i miglioramenti anticipati da Vermes sono arrivati e si sono riflessi non solo nel trasferimento al Venezia, ma anche alla convocazione di Busio nel ventitré rimaneggiato da Berhalter per la Gold Cup. Proprio Gregg Berhalter, interrogato sul perché della convocazione di Busio ha avuto modo di rispondere: “Ha a che fare con lo stato di forma. Ha fatto un lavoro eccellente. Non vedo l’ora di averlo in ritiro e di lavorare con lui, ma anche di testarlo a livello internazionale”. Ed effettivamente le prestazioni sono state molto importanti, rendendolo immediatamente un giocatore fondamentale per una delle migliori squadre in MLS – se non fosse arrivato il trasferimento al Venezia, state pur certi che, magari non da titolare, la convocazione all’All Star Game sarebbe arrivata sicuramente. Finché Busio è stato a disposizione di Peter Vermes – fino al weekend del 4 luglio, dopo cui lo USMNT è andato in ritiro pre-Gold Cup – il tecnico non lo ha mai fatto uscire dall’undici titolare, e vista l’importanza all’interno della franchigia avrebbe sicuramente aumentato le settantacinque presenze in MLS, superando le ventitré presenze che aveva collezionato lo scorso anno, suo record sulla singola stagione.

Ma quello che rende veramente particolare l’ultimo anno e mezzo di Gianluca Busio è che questi progressi sono arrivati all’interno di un processo di rinnovamento del suo gioco, in seguito alla decisione presa dal suo tecnico di club di spostarlo di posizione, rendendolo un classico numero 6, un mediano davanti alla difesa con compiti da regista. Per certi versi, il cambiamento che Vermes ha sperimentato – con risultati soddisfacenti ma forse non definitivi – con Busio ricorda quello che Leandro Paredes si ritrovò a vivere all’Empoli nel 2015/16, quando Marco Giampaolo prese quello che di fatto era il classico enganche argentino, un trequartista con splendide abilità da rifinitore, e lo trasformò nel perno basso del suo rombo di centrocampo, confezionandogli un ruolo che di fatto gli ha cambiato la carriera permettendogli di diventare un nome riconosciuto a livello internazionale. Se andiamo a recuperare l’assist realizzato da Busio nella partita contro gli Houston Dynamo al suo esordio da titolare in MLS, nel 2018, si può vedere come la posizione del centrocampista italo-americano sia molto diversa da quella in cui lo abbiamo visto protagonista negli ultimi mesi, alla stessa maniera in cui è differente lo stile di gioco. Busio è al limite dell’area, e lo vediamo che si propone dettando il laser pass al compagno, e allo stesso tempo con il corpo è già orientato, spalle alla porta ma con il busto leggermente spostato verso sinistra, ad avvertire il compagno della sua intenzione, permettendogli di tagliare in area così da servirlo con un tocco di prima ad anticipare l’intervento del difensore avversario. La giocata è apparentemente semplice, ma le qualità necessarie per trovarsi nella posizione di effettuarla correttamente non sono affatto comuni. Sono richieste spatial awareness, capacità di lettura non indifferenti e una naturalezza in campo, verrebbe da dire una tecnica di base ma in senso più ampio, includendo anche il posizionamento del corpo e l’abitudine ad abitare in un fazzoletto di terreno, e Busio, nelle situazioni corrette, possiede tutte queste caratteristiche, o altrimenti si è dimostrato in grado di saperle migliorare in questi anni. Sono tutte capacità che in effetti risultano necessarie per un buon mediano davanti alla difesa, un giocatore che può essere esposto alla forte pressione avversaria e i cui palloni persi risultano essere spesso molto più gravi e dannosi rispetto a quelli di un compagno in una qualsiasi posizione di campo più avanzata e/o laterale. A partire dalla stagione 2020 Peter Vermes ha iniziato a schierare Gianluca Busio in quella che negli Stati Uniti è ancora identificata come la posizione del Numero #6, ma non nella maniera tradizionale, non nella maniera in cui molti, in MLS e in giro per il mondo, lo interpreterebbero.

Gli ha infatti chiesto di interpretarlo alla sua maniera, di imprimere il proprio timbro e il proprio stile di gioco alla posizione, e forse è anche per questo che guardandolo giocare si può avere l’impressione che gli venga richiesto di giocare ogni partita in un ruolo diverso, perché Busio, che pure ha come idolo il Numero #6 per eccellenza degli ultimi vent’anni, Andrea Pirlo, non gioca esattamente come ci aspetteremmo di vedere qualcuno nella sua posizione. Vedendo gli highlights si può notare chiaramente come anche in partite giocate teoricamente nello spot di mediano davanti alla difesa, Busio non abbia mai disdegnato di trovarsi in avanti, di posizionarsi sempre nella fascia di campo tra il limite dell’area di rigore e i trentacinque metri, anche cercando l’ultimo passaggio. Una delle sue abitudini che maggiormente spiccano e che lo separano dal resto degli interpreti della posizione, secondo fbref.com, è la tendenza a correre con il pallone, a guadagnare metri. Busio è nel novantatreesimo percentile per progressive carrying distance, e pur non essendo un dribblatore particolarmente efficiente – sessantottesimo percentile in MLS – ama correre con il pallone tra i piedi, spesso per sfruttare la pressione avversaria per liberarsi angoli di passaggio, come sottolineato da The Athletic. Al di là di certi istinti, comunque, Busio è in grado di interpretare il ruolo in maniera più che tradizionale, e non a caso proprio in quel ruolo è stato impiegato da Gregg Berhalter sia negli scampoli finali della partita contro Haiti che nei novanta minuti contro la Martinica. Busio ama, sopratutto all’interno del meccanismo costruito da Peter Vermes a Kansas City, spostarsi senza la palla e proporsi per ricevere il pallone anche in posizione da centrale difensivo, risultando spesso cruciale nel rompere il pressing alto avversario. La struttura tattica di Sporting Kansas City è fondamentale anche per comprendere alcune delle sue tendenze in fase di passaggio. Busio è un eccellente passatore con il suo piede destro, sopratutto in diagonale piuttosto che in avanti – è solo nel cinquantaduesimo percentile per progressive passing – e spesso questa sua abilità viene usata da Sporting Kansas City per attirare la pressione avversaria così da permettere ai due centrali di avere più tempo per costruire le proprie azioni. Non è un caso che Peter Vermes usi spesso al centro della propria difesa la coppia catalana comporta dagli ex Barcellona Andreu Fontas e Ilie Sanchez – che prima di arretrare occupava proprio il ruolo che adesso è di Busio. Difensivamente Busio presenta alcune lacune molto importanti, tra cui ad esempio alcune sue scelte pericolose in dribbling ad uscire dalla propria difesa, ma anche il suo essere un difensore in uno contro uno passivo, molto facile da dribblare, ma, tutto sommato, è tutt’altro che una liability per la sua squadra. Il suo posizionamento difensivo è spesso efficiente e gli permette facilmente di recuperare palloni importanti su imprecisioni avversarie, ed è eccellente nel portare la pressione, risultando eccellente sia per quantità di pressioni nei novanta minuti – 26 – che per qualità – il 33% delle sue pressioni ha successo.

Busio arriva a Venezia dopo anni in cui il suo nome è rimbalzato sui media americani – e anche italiani, visto il suo secondo passaporto – e in cui l’hype sulle sue prestazioni è cresciuto enormemente, ma anche senza la certezza di un ruolo chiaro ed evidente in cui venire schierato, nonostante l’anno e mezzo nel ruolo di regista basso. Arriva in Italia con significative lacune, ma anche con la consapevolezza di come queste non siano sistematiche e intrinseche al suo modo di giocare, quanto piuttosto migliorabili con l’allenamento e con l’incontro con un bravo maestro. Cosa possa fare Paolo Zanetti con un giocatore del genere non sembra ancora chiarissimo, e Busio potrebbe anche trovarsi a concorrere per minuti in campo con l’altro statunitense arrivato in questa sessione di mercato, Tanner Tessmann, qualora decidesse di sfruttare la sua tendenza a portare il pallone in avanti e a gravitare verso zone più offensive del campo. Per quel che riguarda la facilità della sua transizione, questa potrebbe essere aiutata non solo dalla sua esperienza come professionista – trovatemi altri 2002 in Italia che abbiano questo numero di partite e così tanti anni da pro alle spalle ad un livello comunque importante come quello MLS – ma anche dalla consuetudine familiare, durata tutta la giovane vita del diciannovenne di Greensboro, di tenere sempre la televisione accesa sul calcio e, principalmente, sulla Serie A. Di tutti i giovani americani passati da questa parte del continente negli ultimi anni, Busio è forse il più equipaggiato fin da subito per soffrire meno possibile lo shock culturale insieme a Tyler Adams, passato da un’entità all’altra della famiglia Red Bull nel gennaio 2019. Questo non renderà assolutamente più facile il suo lavoro, specialmente in una squadra neopromossa, con tutte le complicazioni che questa situazione si porta dietro, ma rende certamente ancora più affascinante il suo trasferimento, riempiendo d’attese per quello che potremo vedere nei prossimi anni da uno dei talenti più esaltanti della nuova era dello USMNT.

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