Super League come MLS: ecco perché non è così

La Super League come MLS. Che cos’è il paragone? Nonostante le nostre pagine parlino di soccer, di stelle e strisce e di ‘Merica, un paragone nella nostra amata lingua italiana, significa mettere a confronto due cose o due persone per giudicare le loro somiglianze, diversità o per riconoscere quale sia il valore dell’una rispetto all’altra.

Perché vi sto dicendo delle ovvietà da scuola elementare? Perché la bomba calcistica europea sulla Super League di questi giorni, naufragata più velocemente del previsto, aveva scatenato veri e propri paragoni con il sistema sportivo americano, senza guardare un minimo alla mentalità e alla cultura sportiva americana. Più volte in questi giorni convulsi abbiamo letto il “come fanno già in America”, rivolto alle cinque leghe più importanti, NFL, NBA, MLB, NHL e la nostra MLS. Tante le domande e le curiosità che ci sono arrivate in posta privata sui social per capire come sarebbe potuto essere il futuro di questo nuovo progetto. Ma fondamentalmente il tutto non voleva dire nulla.

IN AMERICA SI PAGA PER ENTRARE NEL GIRO

Il sistema Americano, indipendentemente dall’importanza monetaria, è molto simile per tutte e cinque le leghe. Quindi noi, occupandoci della palla rotonda, parleremo principalmente di quella. Il paragone muore sul nascere, perché i club di Super League innanzitutto avrebbero ricevuto un bonus di circa 400mln di dollari a testa solo per entrare a fare parte della competizione. In MLS, invece, la squadra che vuole entrare a far parte della lega deve pagare e, non solo, deve anche presentare un progetto di riqualificazione – o costruzione – dello stadio definito come soccer spefic stadium. Questa Expansion Fee, è cresciuta nel tempo dai 20mln di dollari per i Chicago Fire e i Miami Fusion nel 1998 ai 200mln di Austin e InterMiami del 2018, fino ai 325mln pagati da Charlotte nel 2019.

PRONTI A VEDERE LA SQUADRA TRASFERIRSI?

Nelle altre leghe è la stessa cosa: in NFL gli Houston Texans pagarono ben 700mln di dollari di expansion fee per essere la 32esima franchigia vent’anni fa e in NHL, nel 2017 i Vegas Golden Knights pagarono 500mln di dollari. Proprio Las Vegas è stata oggetto di quello che è un processo classico americano, la cosiddetta relocation, cioè lo spostamento vero e proprio della squadra in un’altra città, o meglio, in un altro mercato. Da Oakland, originari i Raiders, dopo anni di viavai da Los Angeles e ritorno ad Oakland sono andati nella città del peccato, attratti da un mercato – altra parola fondamentale del sistema americano – più florido. Pensate quindi se questo accadesse alla vostra squadra del cuore, sarebbe devastante dal punto di vista emotivo. Il Milan di Berlino; la Juventus di Lisbona; l’Inter di Glasgow. Strano eh, per noi.

IL SALARY CAP

Un’altra sezione importante e che non è paragonabile, è il caro e vecchio Salary Cap tradotto, tetto salariale che è sostanzialmente il budget che ogni squadra ha a disposizione ogni anno per il roster, fatta ad eccezione dei DP (designated player), i 3 giocatori della rosa per cui si possono fare vere e proprie follie oltre quel tetto, su tutti il recente caso Brenner di Cincinnati. Nelle altre leghe il DP non c’è, anche perché, per ora il loro tetto salariale è molto più alto e gli “stranieri” vengono generalmente presi al Draft, che è parte integrante della crescita della franchigia, mentre in MLS ha un valore tecnico più basso quindi il processo è più europeo con la nascita delle varie academy.

In una possibile Super League dove i club superano il miliardo di euro di valore, come nel caso di Manchester City e Liverpool, avere un tetto salariale sarebbe stato molto difficile da gestire, soprattutto con budget che magari può variare in base alla nazione di provenienza e con quello già a disposizione, quindi una disparità ci sarebbe sempre, seppur piccola in presenza di club con un valore nettamente più basso.e

Mettendo da parte i soldi, tanti, bisogna far parlare il campo, avere la possibilità di avere molti top team che giocano ogni settimana nell’immaginario collettivo è fantastico, ma paragonarlo ad una regular season americana non è giustissimo, perché ogni anno ci sono squadre, non necessariamente sempre le stesse, che lottano per vincere, squadre che lottano per i playoff e squadre che lottano per le wildcard, cioè gli ultimi posti disponibili per la post season e ci sono momenti più soft della stagione dove i campioni rimangono in panchina per recuperare le energie e di spettacolo ce n’è poco.

SENZA RETROCESSIONI: ASPETTO COMPLICATO

Certo, e cito il classico, “non ci sono retrocessioni”, questo perché nel calcio americano ad oggi, c’è un divario monetario molto grande tra le squadre di Mls e le squadre di Usl Championship (seconda divisione americana), per l’aspetto che citavo sopra della fee, una squadra che spende duecento milioni per giocare al livello più alto della nazione, avrebbe una perdita incredibile nel scendere in una divisione dove la fee più alta è 1/10 (un decimo) della sua.

Nonostante ciò la cultura del lavoro, sportiva e competitiva americana, non accetta la resa, anche nelle peggiori stagioni, si entra in campo per vincere e per i fans, no matter what! Questo per dire che nella cultura europea e la storia del calcio europeo, i meriti di una vittoria o i demeriti di una sconfitta sono valori molto forti quindi pensare che i giocatori vadano in campo per giocare e provare a vincere senza subire conseguenze (sportive) in caso di sconfitta sarebbe un aspetto molto importante da far digerire ai tifosi. 

Quindi va riformata quest’idea e cercata nel Vecchio Continente, nella propria cultura e non nello sport Oltreoceano. Qualsiasi sia la direzione, se un super campionato o una coppa dei campioni.

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