I luoghi di Maradona a Usa’94

Soprattutto nel paese della democrazia, gli Stati Uniti, non mi hanno lasciato dire la mia, non mi hanno lasciato parlare, è la cosa più brutta che può avere un essere umano, di non poter dire quello che sente“.

Così Diego Armando Maradona raccontò le sue sensazioni a Gianni Minà, il quattro luglio del 1994, dopo che fu trovato positivo all’efedrina dopo Argentina-Nigeria, una sostanza utilizzata nelle ferree cure dimagranti a cui spesso si deve sottoporre una persona che sta abbandonando la propria dipendenza da cocaina, e si trovò di fatto estromesso da un mondiale che lo avrebbe visto quasi sicuramente trionfatore. Un colpo basso, probabilmente, nella terra di uno dei suoi idoli sportivi, Mohammed Ali, dopo che la Fifa aveva fatto carte false per riaverlo in campo dopo la squalifica italiana, perché pare che all’epoca fosse più noto Maradona agli statunitensi che il fatto stesso che si giocasse il mondiale in casa loro.

E così, Diego che aveva cominciato a lanciare bordate ai vertici del calcio mondiale per gli orari disumani delle partite sotto una umida afa da prateria, visse quella che cinque anni dopo sarebbe diventata Madonna di Campiglio per Marco Pantani. Eppure el Pibe ha lasciato un segno anche lì, nell’Unione, nonostante nei suoi ultimi vent’anni di vita una certa politica imperialista proveniente dagli States sia stata la sua principale rete da bucare, nel nome di un terzomondismo davvero popolare che travalicava i confini della sola America Latina. Del resto, basterebbero quelle poche parole pronunciate all’amico Minà per dimostrare una assonanza tra duecento anni di libertà ottenute e aspirate, infrante e sudate, che ancora oggi si agitano in quel grande coacervo di popoli del mondo che sono gli Usa. E come ogni luogo calpestato da personalità che hanno segnato la storia di questa terra, anche gli Stati Uniti hanno il proprio “pellegrinaggio” maradoniano, un termine non a caso, se si pensa che il Diez consacrò per sempre la sua presenza in quei mondiali a partire dal Massachussets, luogo di arrivo dei padri pellegrini e punto di incontro pacifico tra gli europei e i nativi. E lo ha concluso a Dallas, sinonimo di West, della nuova frontiera.

Posti, in tempi diversi, entrambi “invasi” secondo una retorica di possesso e anti-evangelica da cattolici irlandesi l’uno e da ispanici cattolici l’altro, entrambi oggi protagonisti spesso su palchi ben diversi, di una lotta emancipativa al centro della quale si pongono le lotte degli afro-americani. E il “santo” proclamato a Napoli Diego Armando rappresenta in toto l’essere cristiano nel continuo sforzo di non cadere nel campo e in quello ancora più immenso del rialzarsi nella vita, in un richiamo simbolico ai monaci la cui vita spirituale era riassunta nel cadere e nell’essere rialzati da Cristo secondo un adagio riportato dallo scrittore Tito Collandier. Ancor di più può essere l’eroe, o meglio ancora il cavaliere, in senso identitario dei cattolici, rappresentanti di una gran parte del mondo povero e spesso sbeffeggiati per l’esercizio pratico del sacramento della confessione, secondo i detrattori della fede romana troppo giustificativo del peccato, e che ben esprime quello che è avvenuto in questi giorni in Campania per la questione del cambio di nome dello stadio di Napoli, dall’apostolo delle genti Paolo al campione Diego Armando in quanto da diversi esponenti delle chiese locali si è posto l’accento sull’immagine di redenzione e accoglienza della misericordia divina che ha espresso il campione, in quanto rispetto a chi scrive e a chi legge, molti dei suoi peccati sono stati manifesti e quindi giudicabili da altri uomini (peccato questo, ritenuto dai Vangeli tra i peggiori).

E, infine, solcando quelle terre impregnate dallo spirito cristiano della riforma, mi piace pensare che lui, nelle cui vene scorre anche un po’ di sangue slavo e quindi probabilmente ortodosso, abbia mosso qualche passo in favore dell’unità dei cristiani. Ma bando al mero parlare e camminiamo nel Nuovo Continente insieme al campione.

BABSON COLLEGE – WELLESLEY

Fu la sede del ritiro della Nazionale Argentina, dove Diego ritrovò forse appieno per la prima volta i ritmi e le gioie degli allenamenti coi compagni dopo gli anni di Napoli. Un meraviglioso istituto economico privato nella contea di Norfolk, a circa trenta minuti sia da Boston che da Foxborough. Il Babson College affonda le sue radici nel 1919, quando l’omonimo fondatore Roger iniziò a fare lezione nella sua casa di Wellesley a 27 alunni rivoluzionando il sistema di apprendimento degli affari. Egli infatti offrì un anno di corsi anziché quattro, confronti con esponenti del mondo dell’imprenditoria dai quali proveniva la maggior parte del corpo docenti e veri e propri tirocini aziendali. Per quanto riguarda il ramo sportivo i Beavers, ovvero i castori, questo il nome delle varie compagini, militano nella NCAA Division III e sono delle vere e proprie stelle del soccer, il modo migliore per celebrare la memoria di Maradona che solcò lo stesso terreno di gioco degli atleti di questo istituto. In bacheca infatti possono contare su tre campionati nazionali NCAA, 27 NCAA Tournaments e 12 campionati di Conference.

La cittadina di Wellesley, poco meno di ventottomila abitanti, è una tipica town del New England dove tra le bellezze locali spicca la “Town Hall“, il municipio, un fiabesco edificio di fine diciannovesimo secolo che richiama lo stile romanico rivisitato dall’architetto americano Henry Hobson Richardson, ideatore della chiesa episcopaliana della Trinità a Boston, e anche determinati castelli visti in Francia dai realizzatori.

GILLETTE STADIUM – FOXBOROUGH

Due sole partite per ritornare leggenda e cadere (probabilmente fatto inciampare con un ostacolo bello grosso), due sole partite giocate entrambe all’ombra del Foxboro Stadium, iconica casa dei New England Patriots. Qui si compie l’ennesima epica di Diego Armando Maradona, nella terra della palla ovale. É il 21 giugno, il solstizio d’estate, il giorno più lungo dell’anno in cui la stella del Pelusa torna a brillare su tutto l’orbe calcistico. Non solo dimostra di poter giocare con chi ha dieci anni meno di lui ma fa segnare a valanga Batistuta fin quando, con un tiro strabiliante da fuori area, mette il proprio nome sul tabellino dei marcatori al 60′, questa volta non è solo il quartiere Fuorigrotta a tremare, ma una faglia si staglia sull’Atlantico, solca il Mediterraneo e raggiunge Napoli dove sono tutti davanti ai televisori per esultare al ritorno di Diego. Quattro giorni dopo risale in cattedra e vi resta per tutti i novanta minuti, aiutando Caniggia ribaltare l’uno a zero subito dagli straordinari nigerianI e a portare i secondi tre punti della storia a casa. Poi quella mano all’infermiera, quel probabile colpo basso.

Oggi quello stadio non c’è più, abbattuto nel 2002 e sostituito con il più moderno e capiente Gilette, casa anche dei New England Revolution di MLS, ai quali si dovrebbe chiedere di far erigere una statua all’interno dell’impianto in onore del Pibe de Oro. La cittadina, Foxborough, un tempo conosciuta per la produzione di cappelli di paglia, vive molto dell’economia ricavata dall’impianto sportivo, con il quale è pressoché identificata.

SHERATON HOTEL – DALLAS

Dopo il Massachussets Diego giunge con la carovana argentina in Texas, per affrontare la Bulgaria di Stoichkov e Letchkov, ma non arriverà mai al Cotton Bowl. L’antidoping lo ferma prima e la Nazionale Argentina lo ritira dalla propria selezione. “Un colpo di pugnale al cuore di un bambino”, dirà Fernando Signorini, lo storico preparatore atletico di Maradona. In questo hotel della città maggiormente conosciuta del Texas, grazie soprattutto alla omonima serie tv incentrata sulle avventure familiari di ricchi petrolieri, che Maradona visse i primi momenti della sua positività all’efedrina e dove centinaia di giornalisti si spostarono in massa dalla West e dalla East Cost. Oggi lo Sheraton e le sue 438 stanze non sono più attive, tra le prime illustri vittime del settore turistico dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. L’albergo chiuse i battenti il 15 ottobre, dopo lo shock mondiale e il conseguente calo dei viaggi, dei voli e dei convegni. La sua anima sopravvive nel vicino Westin, dove forse vi è ancora qualche lavoratore del vecchio Sheraton.

La zona, Park Central, rappresenta una parte del grande distretto delle telecomunicazioni di quelle zone, il settore meridionale. “Mi ha fatto molto male, come dice Fernando… però non mi hanno ammazzato e non mi ammazzeranno, sai perché? Io gli ho dato a mangiare a loro, loro non mi hanno dato una lira a me“, così proseguiva Maradona in quell’intervista a Minà, portando con se l’eco di milioni di poveri, lavoratori sfruttati e oppressi da chi detiene le leve del potere e dell’economia. Anche qui, luogo di immigrazione ma anche di nascita e di antica appartenenza di tanti latini come lui, ci starebbe una bella statua al Diego caduto e rialzatosi migliaia di volte, come l’ultima, in piedi per salutare una bambina che lo salutava, prima di rendere la mano, ma soprattutto il piede sinistro, a Dio.

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