La MLS ha una sua dignità

La MLS ha una sua dignità. Ogni campionato ha la sua dignità. Ogni campionato ha la sua specificità. Ogni campionato ha la sua identità. La Premier è l’NBA del calcio, spettacolo e stelle, allenatori e gol, stadi pieni e ritmo forsennato, per esempio. Anche la Serie A ha un ritratto ben definito, ora: se prima era il meglio del meglio del meglio, ora è una lega in difficoltà che si sta rialzando grazie a idee innovative e moderne di allenatori giovani e dirigenti preparati. E la Ligue 1? La terra del talento puro, dove forse si bada meno meno alla tattica per cercare di valorizzare la qualità dei singoli.

Basta con gli stereotipi

Ecco, ognuno ha il suo elemento distintivo. E potremmo andare avanti all’infinito, tra Argentina, Australia, Brasile, Cina, Giappone, Olanda… e Stati Uniti. Se ne sono dette tante, in questi giorni, sulla Major League Soccer, il campionato del calcio americano. Ieri, facendo zapping in tv, in attesa dell’illuminazione da Netflix, arrivata poi con Way Back Home, mi sono imbattuta in degli opinionisti: “Il tempo della MLS è passato”, “Ora chi vuole provare un’esperienza all’estero va negli Emirati, a Dubai, non più in America”, “Ma dove li prende i soldi Toronto? Io sapevo che a pagare erano altri club, in altri campionati, in altri Paesi…”, e così via.

No, non ci stiamo riferendo alle cifre che percepirà Lorenzo Insigne, prossimo a lasciare il Napoli e la sua Napoli per volare a Toronto e nel Toronto che fu di Giovinco, quelle MLSSoccerItalia.com ha già provato a spiegarle, ma alla concezione che si ha di un campionato che ha la sua dignità. Come tutti gli altri. “A Toronto mica si gioca a calcio” mi è sembrato di sentire su Twitter. E invece no, ci si gioca. Eccome se ci si gioca.

Modello da seguire o no?

La MLS non è il campionato più bello del mondo, e su questo siamo tutti d’accordo. Ma non è presuntuoso, non ha la minima voglia di ergersi a modello, non vuole passare per quello che non è: ha la sua identità, tra Designated Player, Academy, draft e Salary Cap. Ecco, riguardo quest’ultimo: siamo noi in Europa che stiamo cercando di capire se poterlo utilizzare anche qui, nel nostro calcio. A modello, quindi, lo stiamo prendendo noi.

La competitività della MLS

E la competitività? Ha la sua. Ha la sua Champions, ha la sua struttura (con due conference), ha le sue stelle. Come negli altri campionati. Importa talenti e li esporta. Come negli altri campionati. Prendete Thiago Almada, uno dei giovani più interessanti al mondo: via dal Velez, niente Europa, sì ad Atlanta. Come era successo, ai tempi del Lanus, a Miguel Almiron. O a Ezequiel Barco. Insomma, le stelline del Sudamerica e del futuro scelgono gli States prima di fare il salto. Invece le stelle del Sudamerica scelgono la MLS per competere: come Yeferson Soteldo, ex 10 del Santos, nell’undici ideale della Libertadores 2020, giocatore dell’anno nel 2019, vicecampione in Libertadores coi brasiliani. Poteva andare meglio, a Toronto. Ma sicuramente si gioca a calcio, a Toronto.

L’export dalla MLS

Questo per quanto riguarda l’import. E l’export? Qui c’è da sognare, tra Alphonso Davies, Brenden Aaronson, Tajon Buchanan, Pepi, McKennie… Finiti i tempi degli Adu di turno, ora ci sono giocatori che fanno la differenza. In tutto questo, non ci sono solo i giocatori, ma anche gli allenatori che per sperimentare, rilanciarsi, mettersi in mostra, volano in America: il Tata Martino ha fatto la storia, De Boer ci è passato, Heinze ha fatto male dopo aver fatto benissimo in Argentina, rifiutando anche l’Europa, con l’OM che era pronto ad affidargli la panchina, per gli States. Le belle storie alla Vanni Sartini, quelle infinite alla Bob Bradley, quelle leggendarie alla Sigi Schmid. Ah, poi il pubblico…

Grandi palcoscenici

Atlanta ha avuto, nel 2021, una media di 43.964 spettatori, poi Seattle con 25mila, Cincinnati con 21mila, Nashville con 19 mila e via… Nel 2019 la media è stata di circa 22mila, nel 2020 circa 24mila…

Lorenzo InsigneNon è una storia antica, quella del calcio in America, è una storia che si sta costruendo. Così come le tradizioni. Insigne sarà la stella, assoluta, perché il 10 della Nazionale italiana, (il 10 della Nazionale italiana!), sbarcherà per fare la differenza, seguendo quanto lasciato da Giovinco, che l’America l’ha conquistata e per poco non conquistava anche la Champions, sfiorando la possibilità di sfidare il meglio del mondo nel Mondiale per club.

Ecco, magari l’obiettivo di Insigne è anche questo, non solo quello economico: diventare stella di assoluta grandezza, uomo non solo franchigia, ma uomo immagine di un intero campionato. In crescita. E che ha la sua dignità.

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