MLS, la storia del “salto” di Robbie Rogers

Partenza, corsa, ostacolo, salto. Dopo si aprono due mondi, quello della vittoria e quello della sconfitta. Puoi atterrare in piedi a continuare a correre, veloce e sicuro come prima del salto. Oppure puoi inciampare, sbucciarti il ginocchio e tenerti addosso quella smorfia di dolore e delusione. Per alcuni è più facile che per altri tagliare il traguardo, e per altri ancora è un’impresa anche il solo fatto di esserci. Ecco, Robbie Rogers è uno che è partito, ha corso, ha saltato, ancora e ancora e ancora, e ha tagliato il traguardo. Ma prima di riuscirci ha preso parecchie botte, in campo e, soprattutto, nella vita.

Robbie è nato e cresciuto a Rancho Palos Verdes, una città della Contea di Los Angeles. A 17 anni, come accade a milioni di suoi coetanei, lascia il nido per andare al college. La meta è il Maryland, dove Rogers oltre allo studio può coltivare quella che è la sua grande passione: il calcio. La squadra di College Park è quella dei Maryland Terrapins, un trampolino fondamentale per la carriera del giovane californiano, che nel 2005 fa il suo debutto nel professionismo con la maglia dell’Orange County Blue Star nella USL Premier Development League (terza divisione). L’anno successivo il primo grande “salto” oltre un ostacolo che si chiama Oceano Atlantico: l’esperienza in Europa, cone gli olandesi dell’Heerenveen. Una volta atterrato, però, Robbie non riesce a correre allo stesso modo. In campo è un leone attento ed elegante, ma il Vecchio Continente non è la sua casa. L’8 marzo 2007 si trasferisce in MLS al Columbus Crew, dove gioca fino al 2011 collezionando 103 presenze e 12 gol. Le sue doti di centrocampista, all’occorrenza difensore, di fascia sono di livello assoluto: la dote migliore è la lucidità, che riesce a mantenere dopo un’intera partita di sgroppate lungo la linea laterale, tagli e inserimenti. In questi anni Robbie vince un campionato nel 2008 e due MLS Supporters’ Shield, nel 2008 e nel 2009. Ottimo anche l’avvio in Nazionale Usa, che sembra puntare forte su di lui. L’impatto è da sogno: con la maglia a stelle e strisce partecipa a due edizioni della Gold Cup, 2009 e 2011, vincendo l’argento in entrambi i casi.

LOS ANGELES, CA - JULY 04: Robbie Rogers #14 of the Los Angeles Galaxy stretches during warm-up prior to the MLS match between the Columbus Crew and the Los Angeles Galaxy at StubHub Center on July 4, 2013 in Los Angeles, California. The Galaxy defeated the Crew 2-1. (Photo by Victor Decolongon/Getty Images)

Una gran bello sprint quello compiuto in America dal 23enne statunitense. La corsa è stata sicura, i tempi sono maturi: è arrivato il momento di saltare ancora. L’ostacolo è sempre quello, l’Atlantico, ma per atterrare un po’ più vicino. Nel 2012 Rogers approda al Leeds, in Premier League, per poi trasferirsi allo Stevenage in seconda divisione. Poche le presenze complessive nelle leghe inglesi (dieci) e zero le reti messe a segno. Il salto è stato bello, certo, ma è di nuovo ora di tornare a casa. Ma non è quello il problema, non lo è mai stato. Perché Robbie, dietro quei suoi occhi blu come il mare, ha l’anima pesante, zavorrata da un segreto inconfessato e ingombrante: l’omosessualità. Un autentico macigno per l’ormai 25enne Robbie, che sembra non avere più voglia di provare il salto, né di continuare a correre. Non stavolta. Nel 2013, dopo essere ritornato in patria per giocare nei Los Angeles Galaxy II, Rogers si confessa al mondo intero con un post cliccatissimo sul suo blog personale, dicendo addio al campo da gioco per vivere serenamente la sua sessualità:

“Per tutta la vita mi sono sentito diverso. Ho avuto paura di mostrare la mia vera natura perché temevo che il giudizio e il rifiuto mi avrebbero allontanato dai miei sogni. Temevo che le persone a me care si sarebbero allontanate una volta venute a conoscenza del mio segreto. Ma la vita è completa solo quando coloro che ti amano ti conoscono, quando sanno i tuoi veri sentimenti. La vita è semplice senza segreti. Credevo che avrei potuto continuare a nasconderlo per sempre: il calcio era la mia valvola di sfogo, la mia identità, il mio obiettivo. Col calcio nascondevo il mio segreto. Sarò sempre grato alla mia carriera. Ricorderò i miei compagni di squadra, ma ora è il momento di allontanarmi, di scoprire chi sono davvero oltre al calcio. Non potrei essere più felice della mia decisione: il mio segreto è svanito, e io sono libero. Posso finalmente andare avanti e vivere la vita come avrebbe voluto il mio Creatore”.

Ci sono scelte difficili da prendere e paure che spesso non si sa neanche di avere. Come la paura di accettarsi per come si è, ad esempio. Robbie era confuso e spaventato, quel grosso macigno proprio in mezzo alla pista di mille corse e di mille sogni, apparentemente infranti. Ma poi la rinascita. Dopo il coming out di febbraio, qualcosa si è trasformato dentro il ragazzo dagli occhi blu di Rancho Palos Verdes: esattamente tre anni fa, il 26 maggio 2013, Rogers è tornato a giocare a pallone, diventanto il primo calciatore professionista apertamente gay a calcare i campi della MLS. Al 77′ della sfida contro i Seattle Sounders, vinta 4-0, Robbie fa il suo ingresso sul parterre dello StubHub Center salutato da una standing ovation. Il pubblico, i compagni, l’America, il mondo sono tutti con lui. Il “salto”, quello grande, vero, esagerato era finalmente andato oltre l’ultimo ostacolo, oltre il traguardo.

rogers 5

Ma non è finita qui. Esattamente a tre anni da quel febbraio di buio e delusione, Robbie Rogers è diventato papà assieme al suo compagno Greg Berlanti. “Ti diamo il benvenuto Caleb Gene Berlanti in questo mondo con amore e pace. Il 2 febbraio 2016 è nato il più bello, puro, piccolo uomo che i miei occhi abbiano mai visto”, ha scritto il calciatore su Instagram. Con questo pensiero felice Robbie continua a correre e saltare, finalmente leggero e col sorriso di chi ha fatto pace con se stesso.

Commenti

Commenti

Maurizio Perriello
Lucano, tolkieniano, appassionato di western, amante del calcio. Scrivo per Tgcom24, MLSsoccerItalia e riviste di settore. La MLS mi ha catturato anni fa: sono un nostalgico di giocatori come John Doyle e Ronald Cerritos.

Leggi anche

Torna su