Intervista esclusiva a Marc Dos Santos, coach dei Vancouver Whitecaps

Un mix di culture, di scuole, di modi di pensare e vivere la vita e il calcio. Una passione che ha sorvolato l’Atlantico e lo ha portato, da cittadino con il doppio passaporto canadese e portoghese, a lavorare nel nuovo mondo del Soccer come nel tradizionale football europeo, con esperienza anche a Chelsea e Porto. Marc dos Santos sta vivendo la prima stagione da head coach in MLS e lo sta facendo alla guida dei Vancouver Whitecaps in una sfida nella sfida: costruire il roster con una multinazionalità incredibile e un progetto di gioco chiaro, costruito con gli innesti studiati, cercati e voluti da tutto il mondo e dalla USL.

Noi di MLSSoccerItalia.com abbiamo avuto il piacere di fare un’intervista esclusiva a Marc dos Santos, coach dei Whitecaps, toccando diversi temi della sua carriera, dalle quattro lingue parlate fluentemente al successo storico con i San Francisco Deltas nell’ultima edizione di sempre della NASL. Un ringraziamento va all’ufficio stampa dei Whitecaps nelle persone di Nathan Vanston e Piccolo Ocampo, e a Massimiliano Cristina e Federico Montalenti per l’aiuto nella stesura e traduzione della bella chiacchierata.

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Come ha sviluppato la passione per il calcio?
Mediante mio padre, faceva l’allenatore in una divisione semiprofessionistica in Quebec, la Excellence League, mi ha trasmesso la sua passione, e poi naturalmente, maturando in Portogallo, questa passione si è sviluppata.

Quali sono i tecnici a cui ha ispirato il suo modo di pensare il calcio?
Due professori dell’Università di Oporto che ho frequentato, Jose Guillerme Oliveira e Vitor Frad, mi hanno ispirato e poi naturalmente la mia prima esperienza di stage che mi consentì di lavorare con un tecnico come Josè Mourinho, poterlo ammirare durante gli allenamenti mi ha influenzato molto. Stiamo parlando degli anni 2004 e 2005. Io credo che questi siano i tre allenatori che mi hanno ispirato, poi uno che mi ha aiutato molto nella crescita è stato Ilìdio Vale, allenatore all’epoca delle giovanili del Porto e attualmente collaboratore tecnico della Nazionale Portoghese.

Nella sua carriera ha avuto diverse esperienze internazionali: può raccontarci cosa si porta appresso da ognuna di queste?
Io voglio dire che una delle cose più grandi che ho imparato è che si ha bisogno di fallire, si deve soffrire per diventare un coach; per giungere al giusto processo che ti renderà un solido allenatore hai bisogno di passare attraverso delle difficoltà. Quando io ho iniziato ad allenare nei Montreal Impact ero giovane e la pressione era molto alta, soprattutto da affrontare a una età non propriamente matura. Successivamente sono andato in Brasile, un luogo molto difficile per gli stranieri che operano nel mondo del calcio. I brasiliani sono orgogliosi di se stessi, del proprio modo di giocare a calcio. E’ stato difficile poi misurarmi con un expansion team in Nord America. Posso dire che ciò che ho imparato negli ultimi dieci anni è che per essere un buon tecnico devi passare attraverso delle pene, devi soffrire, devi fallire. Ogni volta che vivi l’esperienza di un fallimento, diventi migliore giorno dopo giorno, questo è ciò che ho imparato. Una delle cose che mi capita spesso di dire alle persone che nulla nel mondo del calcio è impossibile. Io non provengo da un background importante, non ho avuto una carriera da calciatore rilevante, non ho avuto contatti significativi che mi favorissero nella carriera di coach, sono partito da zero. Lo dico con tutto il mio cuore: nulla in questo mondo è impossibile.

Lei è stato l’ultimo coach ad aver vinto la NASL: ci racconta la sua esperienza ai San Francisco Deltas?
San Francisco è una sorta di città speciale per me. Il momento in cui incominciai a lavorare lì era per me un momento “grigio”, a causa di alcune mie questioni personali. Stavo lottando, credo che ogni persona abbia passato un momento no e sappia di cosa sto parlando. Così era per me in quel periodo. Riuscii a disconnettermi da ciò che stavo provando e mi focalizzai molto sui Deltas, un expansion team della NASL. Mi concentrai molto sullo sviluppare il concetto di famiglia con la squadra, sulla creazione di un gruppo. Nel frattempo la NASL stava per fallire e noi volevamo vincere il campionato, essere gli ultimi a vincerlo nella storia degli Stati Uniti. Ciò che ho imparato è che dai momenti bui della propria vita può venir fuori qualcosa di incredibile. Ricordo la finale al Kezar Stadium, contro i New York Cosmos, completamente pieno. Io avevo perso la finale due anni prima (con gli Ottawa Fury, ndr), ma quel giorno fu un’altra cosa, la gente sul campo, guardate le immagini su YouTube, mostrano ciò che fu quella serata al Kezar nel novembre 2017, immagini che rimarranno con me per sempre.

Qual è stato il suo impatto da allenatore con la MLS?
E’ molto stimolante perché è il livello più alto del Nord America. La mia sfida è cercare di raggiungere il livello dei grandi club del campionato perché penso che la lega non sia come era 10 anni fa, penso che ora ci sia questa categoria di squadre di livello “A”, di cui al momento per molti motivi diversi non facciamo parte. Poi per un allenatore questa è una sfida, se non sei di questa categoria “A” devi mirare ad arrivargli quanto piu vicino possibile. La MLS mi ha molto stimolato e di sicuro si tratta di una lega che mi può far diventare un allenatore migliore, un campionato in cui sto imparando con gli altri allenatori, con le altre squadre. È stato un grande viaggio fino ad ora.

Nei Vancouver Whitecaps ha una buona rosa, un mix di giocatori internazionali, statunitensi e canadesi. Quant’è importante questo “melting pot”?
Il “melting pot” o mix di culture, mostra che è possibile creare un gruppo indipendentemente dalle origini di ognuno, a volte vedo così tante culture diverse, chi è in periodo di Ramadan e chi no, chi è cristiano o ateo, bianco, nero, qualunque cultura di provenienza. Abbiamo giocatori provenienti dall’Africa, dal Sud America, dall’Europa, dall’Asia, dal Nord America e quando si guarda a tutto questo insieme puoi dire: “Wow si potrebbe creare un gruppo, un buon gruppo indipendentemente dalle differenze e dalla provenienza”. Quindi vogliamo essere un po’ di un esempio per la società, e ciò che unisce tutti sono i nostri obiettivi comuni che vogliamo raggiungere insieme, indipendentemente da dove veniamo. È una cosa speciale essere partecipi di tutto questo.

Il suo è un gioco molto creativo: crede che la squadra abbia assimilato i suoi concetti?
Su molti aspetti sì. Il modo in cui costruiamo le azioni dalla difesa sì. Nel modo in cui gli atleti capiscono che cosa l’organizzazione collettiva significhi per me, soprattutto sulla parte dell’organizzazione difensiva. Penso che molti di questi fattori: la mentalità, l’atteggiamento durante le partite, l’essere una squadra difficile da affrontare, tutto questo è stato molto buono. Dove dobbiamo crescere è nella nostra organizzazione offensiva, come possiamo ottenere i numeri nella metà campo avversaria, come possiamo mantenere un migliore possesso nella trequarti offensiva. Queste sono le cose in cui spero la squadra possa crescere per diventare un team migliore quindi sì, la squadra ha preso un sacco di quello che voglio, ma siamo ancora lontani dal punto di arrivo.

Qual è il suo obiettivo con i Whitecaps?
Sul campo vogliamo arrivare in finale alla Canadian Championship e raggiungere i playoff MLS. Però voglio che il club venga riconosciuto come una squadra organizzata, che sa quello che vuole, che ha un’identità quando si tratta di recruitment,  allenamento e academy. Voglio che le persone guardino ai Whitecaps e pensino: “Hey, questa è una squadra tosta da affrontare, hanno una buona cultura, un buon modello”. Questo è quello voglio essere in circa 2-3 anni, voglio che la gente ci guardi come un club che ha un’identità molto chiara.

Potesse scegliere, che top player vorrebbe allenare, proveniente dall’Europa o dal Sud America?
Non è facile rispondere, diciamo che dipende dal ruolo che serve, dalla disponibilità dei giocatori e molto altro. Non sono una persona che ha preconcetti tipo “se mi serve un’ala dev’essere portoghese, un difensore centrale dev’essere italiano, un attaccante argentino…”. Bisogna stare molto attenti sul mercato per cercare di prendere il migliore giocatore possibile perché di talenti ce n’è tanti in giro per il mondo, guardate il Mondiale U20 che in finale ha avuto Ucraina e Corea Del Sud. Non limito la mia ricerca a due continenti, cerco sempre il meglio in base alle esigenze e alla disponibilità.

Quanto è competitiva secondo il suo parere la MLS rispetto agli standard internazionali?
E’ una domanda molto generica perché dipende da quale campionato si mette a confronto. Se parliamo del torneo in Lussemburgo la MLS è decisamente migliore, così come il campionato belga per esempio. Se invece la si confronta con la Serie A, la Premier League, la Bundesliga o il campionato argentino il livello è un po’ diverso. Posso dire che la MLS oggi è un torneo molto competitivo dove gli investimenti e il livello crescono ogni anno.

Carlo Ancelotti viene spesso in vacanza a Vancouver, vi incontrerete?
Spero di incontrarlo, è un allenatore che mi ha ispirato molto. Ho avuto il piacere di conoscerlo nel 2010 quando allenava il Chelsea, mi diede la possibilità di assistere a una sessione di allenamento dei Blues. Ho avuto modo di parlare con molti giocatori che sono stati allenati da Ancelotti e tutti mi hanno detto che farebbero di tutto per lui. Credo sia un ottimo allenatore, bravissimo a gestire giocatori di alto livello e mi piace molto come manager.

Quanto seguito ha il calcio in Canada? Pensa che la nuova Canadian Premier League e il Mondiale 2026 avvicineranno la gente al calcio?
Sicuramente sarà un aiuto, ma non saprei quantificarlo. Ci sono state nazioni che hanno avuto effetti positivi dopo un Mondiale ospitato, altri in cui le cose non sono cambiate più di tanto. La Coppa del Mondo nel 1994 ebbe un grande impatto per il calcio negli Stati Uniti, ma sono un po’ più pessimista per il Canada perché saranno giocate meno partite visto che sarà organizzato anche con Usa e Messico. Sarà divertente, ma solo una piccola parte del torneo sarà in Canada ed è questo il mio dubbio. Penso però che in Canada al momento non ci siano abbastanza talenti giovani e abbastanza ragazzi che si allenano ogni giorno, anche al parco di casa, pensando al calcio. Qualcuno c’è ma non è abbastanza confrontandolo con gli altri grandi stati. La speranza è che le cose possano cambiare.


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Cristiano M. G. Faranna
Giornalista siculonapoletano. Appassionato di MLS, della città di New York e della crescita del calcio in Canada. Info&contatti: cmgfaranna@gmail.com

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