Il mito di Aimar, il rifiuto del River Plate e l’incidente nel 2016. Da Fuerte Apache a…New York. Ecco Alejandro “El Kaku” Gamarra alla conquista della Grande Mela

Diciamolo pure, tutti almeno una volta abbiamo immaginato di vivere il sogno americano con la speranza di realizzarlo prima o poi. Alejandro Sebastián Romero Gamarra ci è riuscito portando con sé anche il pallone oltre alla valigia. Il trequartista argentino, nuovo “Diez” dei New York Red Bulls, ha siglato la terza rete nel 3-1 contro Tijuana ai quarti della CONCACAF Champions League sotto gli occhi del maestro, ora avversario, Diego Cocca.

Alejandro, nato ventitré anni fa a Ciudadela – stesso comune di Buenos Aires che ha dato alla luce l’Apache Carlos Tevez – e cresciuto in una famiglia molto numerosa (undici fratelli di cui: Franco “El Tata” calciatore ora all’Huracán, mentre la sorella Lourdes gioca nelle femminili) inizia a giocare a pallone per strada tra i quartieri di Fuerte Apache. In particolare nel Club Jorge Novelin, visti i provini falliti con River Plate e Vélez Sarsfield per il suo fisico gracile, fino a quando viene notato da Diego Cocca che lo porta subito all’Huracán. Qua cresce sia da ala sia da trequartista ispirandosi ai predecessori Echeverría, Ávalos ma soprattutto ad un certo Javier “El Flaco” Pastore. Il suo idolo? No, non è lui, ma Pablo Aimar. “Mí me gusta mucho más Pablo Aimar. Lo que pasa es que somos jugadores diferentes: yo soy enganche, tengo una posición fija. Javi juega más suelto. Cuando a él lo vendieron, yo era alcanza pelotas.”.

Ma soprattutto viene soprannominato dal tecnico argentino “El Kaku” per la somiglianza tattica con Ricardo Kakà. Mica male. Anche se lui preferisce essere solo Kaku. “Cuando yo era chico, Cocca me quería decir Kaká, pero no le salía. Entonces me dijo Kaku y quedó el apodo.”.

Dopo il debutto in Primera División con i Quemeros nel 2013 appena maggiorenne, viene aiutato dal tecnico Antonio “El Turco” Mohamed, sia in campo dove si consacra come trequartista e si guadagna la chiamata dell’Albiceleste U20, ma anche fuori vista la grave situazione economica della famiglia del ragazzo. Un aiuto, provvidenziale, senza il quale oggi non avrebbe vinto: 1 Copa Argentina + 1 Super Copa Argentina; e di sicuro non avrebbe raggiunto le 100 presenze con la maglia del Globo. ¿Qué más?

Poi l’evento che non ti aspetti, l’incidente nel 2016 in pullman di ritorno dai preliminari di Libertadores vinti contro il Club Caracas, da cui, a differenza dei compagni Torranzo e Mendoza che se la cavano con qualche osso rotto, esce illeso e con i piedi per terra: “El fútbol es un juego, hay que disfrutarlo!”.

Solo? No, perché se ciò non bastasse si aggiunge anche la prematura scomparsa della madre Gladys nel settembre 2017, della quale si è tatuato il volto sul petto per averla sempre con sé. Il goal del 4-0 contro il Lanùs è un’autentica liberazione: lacrime e braccia verso il cielo. “Cuando la pelota entrò yo solo querìa y mirar al cielo. Siempre vas a estar en mi viejo corazon”.

Esploso definitivamente come trequartista attirando su di sé l’attenzione del Cruz Azul preferisce la chimata statunitense della franchigia del toro rosso: quella dei New York Red Bulls. Due giorni prima di Natale, viene acquistato a titolo definitivo: il costo dell’operazione è di 6.25 millioni di dollari, maglia del Diez sulle spalle e via. Da Fuerte Apache a New York.

Ambidestro, anche se predilige il suo mancino, più delicato, ama giocare tra le linee e dietro alle punte. Subito messo in campo da coach Jesse Marsch contro Portland, eccone il risultato: assist per Mines e goal solo sfiorato per merito di Gleeson. Questione di tempo. 3 giorni per l’esattezza e contro Tijuana non si è risparmiato nonostante fosse partito dalla panchina. Come non si sono risparmiate le lacrime e le braccia alzate verso il cielo, verso mamma Gladys, con la consapevolezza che oltre al suo viaggio è iniziato anche il suo nella MLS.


Commenti

Commenti

Leggi anche