Continuavano a chiamarlo Clint Dempsey

Deserto, esterno, giorno. I cactus immobili nell’aria calda, gli arbusti che ondeggiano macchiati di polvere rossa, le rocce sedimentarie che, come giganti, osservano l’arsura di questo angolo di mondo. E sole, sole a perdita d’occhio, talmente battente da poter essere annusato. Questa è più o meno la prima cosa che vediamo in un film western. Questa è più o meno la prima cosa che Clint Dempsey si trovava davanti ogni volta che usciva dalla sua roulotte a Nacogdoches, nel sud del Texas. Ricordate questo nome, Nacogdoches: perché qui è nata la leggenda di un’autentica bandiera nazionale, uno che nelle epopee western si troverebbe a suo agio. Sì, il West è qualche centinaio di chilometri più in là, ma poco importa. Perché quella del 33enne calciatore è la storia di un eroe americano, amato incondizionatamente da tutti gli appassionati di soccer.

Dempsey Seattle SoundersNato il 9 marzo 1983, Clint tira i primi calci al pallone tra i van e le roulotte. La sua è una famiglia povera, che non può permettersi neanche di pagare il bus o la benzina per portare il piccolo agli allenamenti di calcio. Ma le qualità di Dempsey, cresciute rigogliose – è il caso di dirlo – come un fiore nel deserto, non passano inosservate: su di lui si posano gli occhi di una delle migliori squadre di calcio giovanili dello Stato, i Dallas Texans. E’ il 1998 e a soli 15 anni Dempsey impressiona tutti per la sua velocità e per le sue doti tecniche: nessuno riesce a togliergli mai il pallone. Ma ciò che impressione ancora di più gli addetti ai lavori è la determinazione del giovane, che ancora oggi non ha perso la consapevolezza delle sue origini. Come in ogni epopea western che si rispetti, raggiunto un confine si punta a quello successivo. Nel 2001 Clint si trasferisce ai Furman Paladins, che si rivelerà il trampolino di lancio fondamentale per approdare nel calcio professionistico: nel 2004, all’età di 21 anni, Dempsey veste la maglia dei New England Revolution.

In mezzo, però, un dolore immenso: la sorella di Clint, la giovane promessa del tennis Jennifer, muore di aneurisma cerebrale. Il campione ha dodici anni all’epoca. Niente sarà più come prima. Dempsey parla sempre meno, difficilmente sorride, si interroga per ore e ore sull’esistenza di Dio e sul senso della vita. “La Parola di Dio mi ha dato pace e mi ha trasmesso il desiderio di entrare in relazione con Lui. Interrogarlo e cercare le risposte attraverso la Scrittura mi ha aiutato a crescere a trovare la giusta direzione”, avrebbe dichiarato dopo qualche anno. Il volto (tatuato) e il ricordo di Jennifer rimangono impressi ancora oggi sul petto e nel cuore di Clint.

Foxborough non è certamente dietro l’angolo, e il trasferimento sulla costa atlantica potrebbe rivelarsi un pugno in faccia. E, in un certo senso (quello più letterale che c’è), lo è stato: poco dopo il suo arrivo, Clint rimedia infatti un colpo sulla mascella, che gli comporta una frattura e un periodo di stop lontano dai campi. Il paragone con un altro Clint, Eastwood, altro grande simbolo del western, è d’obbligo: la sua faccia contusa in “Il buono, il brutto e il cattivo” o “Per un pugno di dollari” è l’immagine vivente dell’eroe che soffre, che cade e che resiste. E che, alla fine, vince. L’infortunio non impedisce a Dempsey di brillare, segnando 25 gol in 71 partite nell’arco di due stagioni. Il suo talento è troppo prepotente per rimanere al di là dell’Atlantico. Ecco quindi aprirsi le porte della Premier League, sponda Fulham, dove il giovane texano diventerà un punto fermo di allenatori e tifoseria.

I suoi idoli sul campo sono sostanzialmente due: Diego Armando Maradona e Mágico González, la stella più sfavillante del calcio salvadoregno (ammirata anche dal Pibe de Oro). E’ a loro che si ispira quando calpesta l’erba del Craven Cottage, dove in pochissimo tempo conquista il cuore dei fan. In sei stagioni Dempsey mette a segno 60 reti. Dopo ogni gol gli occhi al cielo e quel pensiero: “Jennifer, questo è per te“. Ma è in Nazionale che il ragazzo di Nacogdoches raccoglie i consensi più sinceri. Nel 2006 diventa l’unico giocatore a segnare ai Mondiali di Germania. Nel giugno 2009 partecipa alla Confederations Cup e mette a segno 3 gol, di cui uno in semifinale contro la Spagna e uno nella finale persa contro il Brasile. In questa competizione è risultato il miglior marcatore statunitense ed è stato premiato con il Bronze Ball assegnato al terzo miglior giocatore del torneo. Il 12 giugno 2010 segna contro l’Inghilterra il primo gol degli USA nel Mondiale in Sudafrica (complice una papera del portiere Green). Il 29 febbraio 2012, con un tiro radente sul secondo palo, firma la vittoria per 1-0 degli Stati Uniti sull’Italia, nell’incontro amichevole disputato allo Stadio Luigi Ferraris di Genova.

Nel 2012 Dempsey è un calciatore affermato e apprezzato in tutto il mondo. Dall’altra parte del telefono stavolta c’è il Tottenham, reduce da una stagione esaltant4-2-SEAvMTL-dempsey-clapse in Inghilterra e in Europa. Clint non può dire di no, anche se aumentano le presenze in panchina. Intanto dall’altro lato dell’Oceano si fa sempre più chiaro e forte il richiamo del West. L’eroe di Nacogdoches non può resistere. Nel 2013 accetta l’offerta dei Seattle Sounders e si trasferisce sulla costa nord-pacifica. L’inizio non è dei migliori: un gol in nove match. Dopo un breve ritorno al Fulham, Dempsey rinasce e sigla otto gol in nove partite (tra cui una tripletta ai Portland Timbers, che avevano eliminato i Sounders nei precedenti playoff) prima di andare ai Mondiali del 2014 in Brasile. Nella patria del calcio il 31enne Clint si esalta: va a segno all’esordio, dopo 29 secondi dall’inizio della partita vinta dagli Usa per 2-1 contro il Ghana, siglando il quinto gol più veloce della storia dei Campionati del Mondo. Nell’incontro successivo, pareggiato 2-2 con il Portogallo, segna la seconda rete statunitense per il provvisorio 2-1.

Nel 2016 Clint Dempsey è diventato un monumento vivente, un ragazzo venuto dalla strada che conosce il dolore e ascolta Hip Hop. Il West lo ha raggiunto da un pezzo e ora si diverte ad andare avanti e indietro, ricordandosi lungo la strada di emozionare i tifosi e tutti i “gringos” che affollano la sua epopea western. Sempre con lo sguardo del ragazzo cresciuto tra le roulotte di Nacogdoches, sempre con gli occhi e il cuore rivolti verso il cielo. Ma il viaggio non finisce qui, c’è ancora bisogno di correre e sognare. Ancora per qualche anno, quindi, continueranno a chiamarlo… Clint Dempsey.

di Maurizio Perriello – MLSsoccerItalia.com


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