Michele Kang potrebbe aver vinto la guerra per il controllo delle Washington Spirit

Steve Baldwin non sarà ancora per molto proprietario di quote delle Washington Spirit. Lo sappiamo da un po’ di tempo ormai, più precisamente dal diciotto ottobre scorso, quando il Washington Post ha pubblicato delle e-mail inviate dall’imprenditore statunitense agli altri investitori della franchigia in cui annunciava la sua intenzione di vendere le proprie quote e dunque di cedere la sua posizione di controllo operativo all’interno dell’organizzazione. La notizia arrivava dopo mesi di braccio di ferro tra lo stesso Baldwin, che inizialmente si era detto disposto esclusivamente a dimettersi dalla propria posizione di CEO, e dal gruppo coeso formato da squadra e tifoseria, che al contrario spingevano per farlo uscire definitivamente dalla società. La ragione di uno scollamento così significativo tra le due parti in causa va trovata nello scandalo che ha coinvolto l’ex allenatore della franchigia Richie Burke, licenziato per aver verbalmente abusato alcune calciatrici come denunciato da Kaiya McCullough e da altre calciatrici in forma anonima in un articolo del Washington Post. Baldwin, possessore insieme all’ex proprietario unico della franchigia Bill Lynch della maggioranza relativa delle quote della franchigia, aveva non solo permesso, come di fatto principale operatore delle Spirit, a Burke di comportarsi in quella maniera con le atlete nonostante le loro denunce, ma lo aveva anche protetto fin dal primo momento – al momento della sua assunzione nel 2019 c’erano già significative accuse nei suoi confronti da parte di calciatori della squadra giovanile di cui Burke era allenatore – e aveva cercato di farlo anche quando la situazione era diventata insostenibile – prima della pubblicazione del pezzo di Molly Hensley-Clancy la versione ufficiale della franchigia parlava di dimissioni da parte di Burke per ragioni di salute e passaggio ad un ruolo dirigenziale. Questa serie di comportamenti e l’apparente assenza di conseguenze significative per cambiare una cultura marcia ben oltre la semplice presenza di un tecnico abusivo hanno spinto le calciatrici, reduci dall’aver percepito i comportamenti di Richie Burke sulla loro pelle, e la tifoseria, unita in tutti i suoi differenti gruppi organizzati, a chiedere una presa di responsabilità alla dirigenza e la cessione delle quote di Steve Baldwin ad una nuova proprietà. In quel momento, quando appendevano sulle tribune dell’Audi Field sia durante le partite delle Spirit che durante quelle di DC United i primi striscioni con su scritto “Sell The Team, Steve”, non potevano sapere che quella che sarebbe iniziata di lì a poco sarebbe stata una vera e propria guerra per il controllo della franchigia che avrebbe portato le loro proteste ad essere sempre più specifiche e che, in questo mese di gennaio, sarebbe stata protagonista di un consistente numero di colpi di scena.

 

Come tutte le buone storie, per raccontare gli ultimi mesi fuori dal campo delle Washington Spirit – perché per quel che riguarda il rettangolo di gioco siamo già coperti – dobbiamo partire dai protagonisti. Di Steve Baldwin da Reston, Virginia, ex CEO di Qbase, azienda attiva nel campo della tecnologia, abbiamo già detto molto. Nel 2018 è stato il primo – e più consistente – di una serie di investitori che nel corso degli anni si sono uniti a Bill Lynch, fondatore della franchigia nel 2013, all’alba della NWSL stessa. Tra questi, arrivati nel gruppo di quarantatre investitori entrati nel febbraio 2021, ci sono l’ex oro olimpico nella ginnastica Dominique Dawes, due ex residenti della Casa Bianca come Chelsea Clinton e Jenna Hager Bush, il russo più amato nella storia di Washington, Alex Ovechkin, stella dei Capitals della NHL, e Briana Scurry, leggenda dello USMNT con cui ha vinto il mondiale casalingo del 1999. Appena prima di questo variegato affresco di umanità, comunque, con una quota decisamente più consistente e molto più vicina a quelle di Lynch e Baldwin, garantendo di fatto un equilibrio e l’assenza di una maggioranza assoluta delle quote in mano ad un singolo operatore, era entrata in società Y. Michele Kang, fondatrice nel 2008 e CEO di Cognisante, azienda attiva nel campo dell’innovazione medica. Prima donna – di tante, visto quanto successo nei mesi successivi con Angel City e con l’arrivo di Naomi Osaka all’interno delle North Carolina Courage – co-proprietaria di una franchigia NWSL, Kang si è subito presentata come voce estremamente presente all’interno delle day-to-day operations delle Spirit e, con lo scoppio del caso Richie Burke, è diventata l’altra contendente per il controllo della franchigia, opponendosi fin da subito alla gestione della coppia Baldwin-Lynch.

 

Lo scorso agosto alcune e-mail ottenute dal Washington Post annunciavano l’intenzione di Michele Kang di rilevare le quote di Baldwin e diventare azionista di maggioranza delle Spirit, proposte rifiutate con veemenza dallo stesso Baldwin. Pochi giorni dopo, quando un gran numero di positività al Covid in uno spogliatoio con almeno otto calciatrici non vaccinate costringeva Washington a cancellare la sua partita contro le Portland Thorns, Chris Russell, speaker radiofonico di una qual certa popolarità nella DMV ma esperto di football e che mai prima di allora si era occupato di NWSL, riportava fonti secondo cui l’outbreak all’interno dello spogliatoio Spirit andasse fatto risalire a Michele Kang, che avrebbe ospitato le calciatrici per un “dumpling making party”, dettaglio che è sempre sembrato superfluo e utile solo per sottolineare con un razzismo neanche troppo velato le origini asiatiche della presunta padrona di casa. Nello spazio di settimane dall’esplosione del caso Burke, era diventato evidente a tutti come si potesse parlare di una vera e propria guerra per il controllo della franchigia, e questo anche prima del ventisette settembre scorso quando, con Baldwin ancora fermo nel suo rifiuto di cedere la propria parte delle Washington Spirit, Kang ha pubblicamente richiesto al suo partner d’affari di farsi da parte e di permettere un nuovo inizio alla franchigia. Già a questo punto, l’intera squadra e la tifoseria avevano già deciso da che parte stare in questa guerra. Ad ottobre, prima della cavalcata trionfale che avrebbe portato al titolo della NWSL la franchigia capitolina, le calciatrici hanno pubblicamente chiesto a Baldwin di scegliere Michele Kang come protagonista delle trattative per le vendite delle Spirit, e la stessa cosa hanno iniziato a fare i gruppi organizzati, che hanno aggiunto maggiori dettagli ai propri striscioni e che hanno portato le proteste anche sui social. A loro si sono aggiunte presto altre voci importanti, come quella di alcuni degli investitori di minoranza della franchigia, e tra di loro l’ex senatore democratico per lo stato del South Dakota Tom Daschle, secondo cui sotto la guida della CEO di Cognisante la franchigia avrebbe potuto raggiungere “livelli ancora più alti” – nel mezzo di questa situazione non dovrebbe scappare via, comunque, il fatto che Daschle sia nel board of advisors proprio di Cognisante.

 

Eppure per molto tempo Steve Baldwin è sembrato disponibile a vendere la franchigia a chiunque piuttosto che Michele Kang, e ne ha fatto una questione di principio, nonostante quella di Kang sia stata fin da subiti la proposta più logica e vantaggiosa non solo dal punto di vista economico ma anche per garantire la continuità di una franchigia e di un polo calcistico che, stando alle sue parole – “prometto di donare i miei guadagni economici alla Maryland Soccer Foundation quando il mio interesse nelle Spirit sarà passato in altre mani” – Baldwin avrebbe sempre avuto molto a cuore. La sua opposizione all’aumento di potere da parte della CEO di Cognisante nella franchigia è una storia lunga, e precede lo scoppio del caso Burke, se è vero che all’inizio della stagione avrebbe rifiutato un’offerta da un milione di dollari all’anno proprio di Cognisante per la sponsorizzazione delle divise di Washington, a cui è seguito un accordo con IntelliBridge, che, almeno fino allo scorso agosto non aveva pagato la totalità della cifra pattuita e che è sostenuta economicamente dal fondo d’investimento Enlightenment Capital, di cui è investitore Ben Olsen, ex allenatore di DC United nominato presidente delle Spirit in seguito al rimescolamento interno post-articolo del Washington Post e a cui lo stesso Baldwin starebbe vendendo l’azienda di cui è CEO, Qbase. E questa opposizione nei confronti della partner si è presentata ancora più forte nel momento in cui Kang ha dato seguito al suo interesse nella franchigia, fino ad allora solo accennato e addirittura sfidato dallo stesso Baldwin, che si dice avesse sparato un offerta allora del tutto fuori mercato per cedere le proprie quote. La prima offerta ufficiale pervenuta alla coppia Baldwin-Lynch per la loro percentuale di quote all’interno della franchigia da parte di Kang arrivava a valutare la franchigia venticinque milioni di dollari, e nello scorso mese di dicembre l’offerta è stata alzata fino a raggiungere una valutazione potenziale dell’intera franchigia intorno ai trentacinque milioni di dollari, con entrambe le offerte che rappresentano, al momento, cifre mai viste per una squadra NWSL. Per dire, quando nel 2019 l’OL Group, la partnership tra l’Olympique Lyonnais e Tony Parker, ex stella dei San Antonio Spurs della NBA ed ex marito della co-proprietaria di Angel City FC Eva Longoria, ha acquistato le quote delle allora Seattle Reign completando il rebrand in OL Reign, la spesa per l’acquisto della franchigia fluttuava intorno ai quattro milioni di dollari. Insomma, Baldwin aveva bluffato al tavolo da poker, convinto Kang non sarebbe mai stata disposta ad arrivare così in alto, sottovalutando la sua controparte.

 

Nonostante queste offerte Baldwin ha sempre rifiutato ogni trattativa, iniziando invece discussioni molto più proficue con un altro potenziale partner, Todd Boehly, miliardario co-proprietario di Los Angeles Dodgers della MLB, Los Angeles Lakers della NBA e Los Angeles Sparks della WNBA, ad una valutazione certamente storica per la lega – venticinque milioni – ma comunque dieci milioni di dollari inferiore a quella di Kang. E ha cercato di andare quanto più in fretta possibile in questa vendita, venendo anche spalleggiato dalla NWSL e dal suo board of governors, che fino a pochi giorni fa spingeva per una rapida conclusione della vicenda così da potersi mettere alle spalle una vicenda che certo nella loro idea delle cose non dava una buona immagine della lega stessa, e questo nonostante, come detto, chiunque coinvolto all’interno delle Spirit spingesse per una soluzione magari meno rapida ma comunque diversa. Proprio in un tentativo estremo di fermare questa vendita, il gruppo di oltre quaranta investitori arrivati lo scorso febbraio all’interno della franchigia per cui la ostinazione di Baldwin avrebbe evidentemente avuto effetti negativi sul proprio portafoglio, si è rivolto a Beth Wilkinson, avvocato noto negli Stati Uniti per aver partecipato come accusa al processo contro Timothy McVeigh, il terrorista responsabile dell’attentato all’Alfred P. Murrah Federal Building di Oklahoma City, il più grave atto terroristico negli Stati Uniti prima dell’undici settembre 2001 e per aver recentemente coordinato le indagini sullo scandalo di abusi sessuali all’interno del Washington Football Team della NFL, come proprio rappresentante legale nella causa che sarebbero stati interessati a indire nel caso il processo di vendita a Boehly fosse stato ufficializzato.

 

Ma prima ancora che Wilkinson potesse effettivamente fare qualcosa che non fossero dichiarazioni pubbliche in cui sottolineava come la cocciutaggine di Baldwin non potesse che essere legata a questioni di genere, la situazione si è praticamente capovolta nel giro di un pomeriggio. Con una lettera inviata al board of governors della NWSL, Michele Kang ha di fatto annunciato di aver preso il controllo della maggioranza delle quote delle Washington Spirit – insieme a “altri investitori allineati con la mia visione per la squadra” – e che “nonostante Baldwin non avrebbe mai potuto concludere una vendita della franchigia, causa obiezione di proprietari e investitori, ad una valutazione di venticinque milioni di dollari (uno sconto del 40% rispetto alla mia offerta)” Baldwin non ha più “l’abilità di dettare i termini di qualsiasi vendita” e che “per una frazione di tempo ragionevole” la sua offerta di prelevare le quote di Baldwin e Lynch alla valutazione di trentacinque milioni di dollari sarebbe rimasta valida. Come confermato da Kang stessa nella lettera, un così significativo cambio di direzione sarebbe arrivato sfruttando la particolare condizione del consistente gruppo di investitori schieratosi in questa guerra dalla parte della CEO di Cognisante. Gli oltre quaranta investitori sono dei cosiddetti “debt-holders”, ovvero hanno acquistato una parte del debito della franchigia firmando una cambiale che sarebbe stata successivamente convertibile in vere e proprie quote. Tra questi va incluso anche Devin Talbott, investitore portato in casa Spirit proprio da Steve Baldwin – anche lui coinvolto con Enlightenment Capital nonché amico di Ben Olsen, con cui ha organizzato per anni una raccolta fondi a tema calcistico – e che di fatto è stato fondamentale per metterlo in minoranza. Talbott ha infatti venduto la sua cambiale a Kang che l’ha subito convertita in quote, e con lo stesso processo effettuato da investitori a lei vicini è riuscita a garantirsi il controllo della franchigia.

 

Anche se questa mossa da sola non può garantire completamente l’armistizio da parte di Baldwin ed è tutt’altro che l’ultima pietra sulla vicenda – è tutt’altro che scontato che il controllo della maggioranza delle quote di una franchigia venga automaticamente con il riconoscimento dei diritti di governance all’interno della NWSL, non se gli altri membri sono contrari perlomeno – è anche vero che la strada per una conclusione che aggradi tifoseria, squadra e investitori della franchigia è stata decisamente appianata, allargata e riasfaltata negli ultimi giorni. Il gruppo guidato da Todd Boehly si è immediatamente ritirato dalla trattativa per l’acquisto delle Spirit, e anche se è logico immaginarsi che Baldwin decida di non arrendersi e di continuare la guerra sia per vie legali sia continuando a rifiutare le offerte di Kang per la sua parte di quote, è tutt’altro che scontato che queste siano necessarie. Kang potrebbe decidere di non spendere niente e di tenere Baldwin come azionista di minoranza, e anche nel caso ritenesse opportuno liberarsene, così da escludere la possibilità che questi possa tornare in controllo qualora riuscisse ad attirare una consistente parte degli investitori dalla sua parte, potrebbe acquistare le sue quote ad un prezzo decisamente scontato dal fatto che, avendo perso Baldwin la maggioranza, non è più necessario per Kang spendere quel premium che il controllo delle operazioni ti garantisce. Insomma, una risoluzione non è mai sembrata così vicina per le Washington Spirit, ed è legittimo dire che dopo una stagione complessa pur risoltasi in una splendida cavalcata al titolo di campionesse, la squadra tutta ma in generale l’ambiente capitolino se lo meriti.

 

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