Come i New England Revolution sono arrivati alla miglior regular season nella storia della MLS

Per raccontare questa storia non si può non partire dall’otto maggio 2019, perché se è vero che ogni alto è anticipato – e anche seguito, ma non abbiamo il dono della premonizione quindi sorvoleremo – da un basso allora quello è il punto più basso della storia recente dei New England Revolution, ma è allo stesso tempo quello in cui la traiettoria della franchigia ha incominciato a cambiare, e lo ha fatto affidandosi forse al nome che, vista la sua storia recente, meno era atteso a effettuare l’ennesima rivoluzione – il gioco di parole è voluto – della sua lunga carriera. Ma partiamo con ordine. L’otto maggio 2019 i Chicago Fire ospitano i Revolution di Brad Friedel vincendo con uno schiacciante cinque a zero. Nemanja Nicolics sbuca da ogni angolo, Nico Gaitan sembra essere quello che il suo talento aveva promesso, e in generale i Revolution sono il guscio vuoto di una squadra. Ci sono un gran numero di ragioni che potrebbero spiegare questa situazione, magari tra le prime il rant che aveva visto protagonista il tecnico della franchigia nei confronti dei suoi giocatori poco più di un mese prima. “La mentalità dei giocatori in questa lega [è un problema]. Molti dei giocatori, quando perdono, non soffrono abbastanza. […] Non c’è la retrocessione, non vengono multati, non hanno i tifosi che li aspettano alle loro macchine, non hanno persone che li picchiano. Non c’è la pressione che c’è in altri campionati”. Non che io voglia sottintendere che le parole di Brad Friedel abbiano scavato un solco incolmabile tra lui e il resto della squadra, ma immagino sarebbe molto difficile per me riuscire ancora a dare il meglio per un allenatore che pochi giorni prima, dopo una sconfitta, non solo ha scaricato completamente la colpa su di me e sui miei compagni, ma ha anche suggerito che dovremmo essere picchiati per come abbiamo giocato. E infatti un giorno dopo la demolizione subita dai Fire Brad Friedel viene sollevato dall’incarico – e ad oggi, più di due anni dopo, non ne ha ancora trovato uno nuovo. Difficile dire se quel rant sia stata una delle cause del suo addio, non abbiamo elementi per farlo, ma è abbastanza evidente come il tecnico avesse perso completamente la guida dello spogliatoio, e il linguaggio del corpo dei giocatori durante la sconfitta contro Chicago dice molto di più di mille illazioni. Fa particolarmente impressione, con il senno di poi, vedere Matt Turner e Tajon Buchanan, rispettivamente alla seconda stagione con presenze in prima squadra e un rookie appena uscito da Syracuse, completamente abbacchiati dallo stato della loro squadra. In quel momento, nessuno nella squadra sembra capace di comprendere un futuro migliore per la franchigia ma forse in particolare loro due non sembrano in grado di immaginare che appena due stagioni dopo sarebbero diventati i perni dei New England Revolution vincitori del Supporters’ Shield 2021.

Eppure oggi ci troviamo qui. La franchigia, una delle dieci originali del 1996, ha vinto il suo primo trofeo MLS nella storia – il terzo dopo la US Open Cup del 2007 e la mitologica North American SuperLiga del 2008 – dopo aver dominato la competizione e aver raccolto la miglior stagione regolare nella storia della MLS – traguardo raggiunto con addirittura una partita d’anticipo – e adesso proverà a sciogliere non una ma due maledizioni. La prima, quella che non vuole che chi vinca il Supporters’ Shield poi vinca anche la MLS Cup – evento accaduto solo sette volte, ma una volta sola nell’ultimo decennio – e la seconda, quella che vuole i Revolution incapaci di effettuare l’ultimo step, dopo aver perso cinque finali della MLS Cup nella sua storia tra cui tre consecutive nel triennio 2005-2007. Per farlo, dovrà contare sulla ritrovata magia di Bruce Arena, che dopo aver conquistato il suo quarto Supporters’ Shield vuole portarsi a casa la sua sesta MLS Cup. Ecco, questa sì che è una storia: Bruce Arena ancora in grado di giocarsi titoli nella MLS del 2021. Pochi avrebbero immaginato avesse ancora certi colpi in cartuccia dopo aver letto della sua assunzione nel doppio ruolo di allenatore e General Manager appena una settimana dopo il licenziamento di Friedel, prendendo l’incarico dalle mani del tecnico ad interim Mike Lapper. Era il quattordici maggio 2019. Novecentootto giorni dopo, con l’ultima gara di regular season in casa a Foxborough contro Inter Miami, i Revolution si ritrovano a festeggiare un trofeo, ma sopratutto a concentrarsi immediatamente sugli obiettivi che stanno per arrivare. Questa intanto, è la storia di questi novecentootto giorni, e di come uno dei brutti anatroccoli storici della MLS 2.0 si è trasformato nella migliore formazione della regular season.

Ma prima dobbiamo fare un altro piccolo passo indietro – si, scusatemi, le narrazioni lineari non sono il mio forte – al dieci ottobre 2017. Siamo a Couva, Trinidad e Tobago, e già queste parole dovrebbero far scendere un brivido lungo la schiena a tutti i tifosi dello USMNT. Quello è infatti il giorno e il luogo in cui, nell’Ata Boldon Stadium, gli Stati Uniti vengono sconfitti dalla nazionale ultima nel girone di qualificazione mondiale della CONCACAF mancando per la prima volta in quasi trent’anni la partecipazione alla coppa del mondo. Tutti quanti finiscono sul banco degli imputati, ma tra tutti forse il primo è Bruce Arena, il tecnico protagonista di questa debacle. Le discussioni non riguardano semplicemente la mancata qualificazione al mondiale, ma si inseriscono in un dibattito ancora più profondo al calcio americano, un dibattito che prosegue con toni infuocati anche quando le cose vanno bene, fondamentalmente quello sul quanto “statunitense” dovrebbe essere il calcio statunitense e quanto invece dovrebbe avere come proprio modello culturale quello europeo. Bruce Arena era infatti stato assunto un anno prima proprio in seguito al licenziamento del principale fautore della linea filo-europeista, Jurgen Klinsmann, licenziato dopo aver perso le prime due partite dell’Hexagonal contro Messico e Costa Rica in casa. Ma sopratutto, essendo Bruce Arena, il tecnico più vincente nella storia del calcio statunitense, è anche elevato, sia da chi lo intende come una cosa positiva che da chi lo vede in maniera negativa, come simbolo del soccer a stelle e strisce, della sua cultura e della sua storia recente. Come spesso nel calcio americano, non è semplicemente una questione di trovare una soluzione al singolo problema, ma c’è anche una profonda necessità di guardare al bigger picture e di dare giudizi complessivi su un intero ecosistema sulla base di elementi che complessivi non sono.

Qualunque fosse il lato da cui si affrontasse alla questione, comunque, sembravano esserci pochi dubbi sul fatto che la carriera di Bruce Arena avesse appena preso una di quelle decise svolte verso il basso da cui è difficile se non impossibile riprendersi. Si trattava del secondo grosso stop della sua carriera dopo l’eliminazione ai gironi nel mondiale 2006 e l’annata non eccezionale con i Red Bulls, ma in questo caso ci trovavamo di fronte ad un tecnico sessantaseienne il cui calcio sembrava essere stato semplicemente sorpassato dal resto del mondo, nonostante la vittoria pochi mesi prima nella Gold Cup 2017. Si trattava di un calo drastico e rapidissimo, se è vero che lo stesso Arena si era riguadagnato la panchina dello USMNT dopo un ciclo vincente con i Los Angeles Galaxy – e con il senno di poi l’addio del tecnico ha portato decisamente male anche ai californiani. Per qualche tempo tutti, tranne proprio Bruce Arena, sembravano certi che quella sarebbe stata l’ultima volta del tecnico di origini italiane ad alto livello. Eppure, quando Brian Bilello, presidente dei New England Revolution, introduceva Bruce Arena alla stampa come nuovo allenatore e general manager della franchigia, un anno e sette mesi dopo Couva, definiva la sua assunzione come “per nulla una decisione difficile”.

Siano giustificati quelli che allora, senza la conoscenza di cosa sarebbe avvenuto, storsero il naso, perché effettivamente la dichiarazione suonava strana. Una dirigenza appena reduce dai danni clamorosi provocati da una delle decisioni più incoscienti nella storia della franchigia – l’assunzione di Friedel – decideva senza troppe remore di affidare l’interezza dei destini tecnici della squadra con un doppio incarico coach-GM ad un tecnico di sessantotto anni senza lavoro da quasi due e reduce dal più grande fallimento della sua carriera. Sarebbe difficile fidarsi della scelta, se non fosse che già solo a sentire la sua prima conferenze stampa, è impossibile non fidarsi un minimo di Arena, una personalità larger than life che solo con il suo humour ti convince di sapere cosa stia facendo. Parla di voler vincere trofei, parla di una potenziale MLS Cup, parla di come non sia necessario spendere di più per essere tra le migliori – mettendoci dentro anche una sonora bordata ad Atlanta United, allora campionessa in carica – e già che ci siamo fa anche passare Robert Kraft come uno che investe molto nella sua squadra di calcio – e diciamo che il football per cui il miliardario americano è più favorevolmente disposto ad aprire il portafoglio è un altro. Sentire parlare, o anche solo leggere le trascrizioni delle sue interviste ti da l’impressione di trovarti di fronte ad un interrogatorio di polizia, solo che quello che fa le domande è teoricamente colui che dovrebbe rispondere. Quest’anno, dopo la prima sconfitta casalinga stagionale, arrivata per mano di una disastrata Toronto FC che la settimana prima aveva licenziato Chris Armas dopo una sconfitta per 7-1, ha risposto ad un giornalista che gli chiedeva della posizione in cui aveva impiegato Tommy McNamara “Che ruolo? Shakespeare”, e subito dopo ha contraddetto un altro giornalista che gli aveva chiesto della partenza lenta della sua squadra chiedendogli “cosa intendi per lenta? Mi sembra che siamo stati velocissimi ad andare sotto di tre reti”.

Dal punto di vista mediatico, nonostante in molti abbiano paragonato, dal suo arrivo sulla panchina dei Revolution, Bruce Arena a Bill Belichick, il tecnico di origini italiane ricorda molto di più un altro decano dello sport americano, Gregg Popovich. Entrambi sono di una straordinaria intelligenza, ad entrambi vengono in mente più cose riguardo ad una domanda rispetto a chi la pone, ed entrambi sanno perfettamente che quello che risulta tra virgolette sulle pagine dei giornali non ha nulla a che fare con ciò che si pensa di fare veramente, e che parlare con i calciatori e con le dirigenze è una cosa diversa dal farlo con la stampa. Alla domanda “cosa è andato storto in questa partita” sia Arena che l’ex agente della CIA potrebbero rispondervi con una singola parola, ma dentro di loro hanno sempre una perfetta comprensione della complessità del singolo evento. Si ha quasi l’impressione di stare ascoltando uno di quei video di Wired in cui esperti spiegano un certo argomento in cinque gradi diversi di complessità, aggiungendo ogni volta un nuovo strato comprensibile solo a chi ha una profonda esperienza in materia. Ecco, Arena con la stampa è al grado 1. In parte perché, molto semplicemente, si diverte a agire in una certa maniera. E in seconda battuta perché, anche se tra il dire e il fare come Bruce Arena e guidare la propria squadra al successo c’è una Fossa delle Marianne, non sarebbe ovviamente conveniente rivelare i propri segreti al mondo quando tutti hanno avuto modo di vedere quanto bene hanno funzionato.

E proprio di segreti dobbiamo parlare, perché altrimenti sarebbe impossibile spiegare come si possa trasformare una squadra che, secondo Sam Stejskal di The Athletic nel maggio 2019 “ha poco talento”, la cui “ricostruzione richiederà anni, non mesi” e per cui “una nuova finale per la MLS Cup sembra molto, molto lontana”, in una in grado di qualificarsi per tre volte di fila ai playoff, di arrivare in finale di Conference al secondo tentativo e di vincere il Supporters’ Shield con la miglior stagione regolare nella storia della MLS in poco meno di tre stagioni partendo dall’ultima posizione della Eastern Conference? La soluzione più semplice, che peraltro lo stesso Arena aveva messo in pratica aprendo il ciclo di successi con i Los Angeles Galaxy di David Beckham e Landon Donovan, sarebbe buttare giù tutto e ripartire da capo, ma anche se in effetti molto è cambiato tra questi Revolution e quelli raccolti da Bruce Arena – quattordici elementi di quel roster non sono più a Boston – si può dire con ragionevole certezza che quella non è stata la strada perseguita in questi anni, e che l’ex tecnico dello USMNT si è dedicato ampiamente a rivitalizzare una squadra demoralizzata partendo principalmente dal materiale già a sua disposizione. Nel roster a disposizione di Brad Friedel prima dell’incontro fatale con i Chicago Fire, dieci giocatori sono ancora parte integrante della prima squadra, e se escludiamo un giovane del vivaio che fatica a trovare minutaggio – Justin Rennicks – un ex promessa spedita in seconda squadra – Luis Caicedo – e il portiere di riserva – Brad Knighton – gli altri sette sono tutti elementi fondamentali e spesso punti fermi nell’undici titolare di questi New England Revolution da record, e questo è un dato clamoroso se consideriamo che tutti questi nomi di cui adesso andremo a parlare più approfonditamente rientravano nelle valutazioni di Sam Stejskal quando, come ricordavamo poco fa, definiva il roster “poco talentuoso” con un’affermazione che all’epoca quasi nessuno – incluso il sottoscritto – tranne forse Bruce Arena stesso si sarebbe spinto a contraddire.

Se c’è qualcuno dei superstiti dell’era Friedel che forse già all’epoca sarebbe stato in grado di sottrarsi a questa definizione quello sicuramente è Carles Gil, non fosse altro perché la sua etichetta di DP lo ha reso fin dal primo momento un giocatore almeno teoricamente di un livello superiore al resto della squadra. E infatti non è un caso che sarà proprio lui, con ogni probabilità, l’MVP di questa stagione della MLS, o quantomeno uno che finirà molto in alto nelle votazioni degli addetti ai lavori. Carles Gil è il leader di questa squadra. Lo è dal punto di vista tecnico, con dei numeri spaventosi per assist – diciotto – e key passes – centotredici – che gli permettono di essere con ampio margine leader nella lega in entrambe le categorie e tra i primissimi anche per gol + assist – nonostante sole quattro marcature in stagione regolare che lo renderebbero l’MVP con meno reti nella storia della lega dal 2000, quando vinse Tony Meola, un portiere, e dalla prima edizione in assoluto considerando solo i giocatori di movimento, quando vinse la chioma bionda di Carlos Valderrama – e sopratutto con una presenza all’interno delle trame offensive della squadra da vera e propria “point guard” – parole del suo tecnico – una centralità che ha portato spesso lo stesso Arena a chiedere agli arbitri di proteggere il talento dello spagnolo punendo maggiormente i tanti interventi fallosi nei suoi confronti. Ma lo è anche fuori dal campo, dal punto di vista della mentalità. Ad inizio stagione, quando Gil si era già dimostrato decisivo in un paio di incontri, Arena aveva invitato il resto della squadra ad iniziare a giocare al livello della loro stella e ad alzare la qualità delle prestazioni, e la squadra ha risposto subito presente. Gil è il portabandiera della cultura della squadra, colui che stabilisce lo standard su cui tutti dovranno essere misurati, insomma, un perfetto esempio di come debba comportarsi un Designated Player in MLS, qualcuno che non è disposto ad utilizzare il proprio status contrattuale come scusa per isolarsi dal resto della squadra e per porsi ad un livello superiore ma piuttosto percepisce quello status come una responsabilità.

A ventotto anni, il nativo di Valencia sembra aver vissuto almeno già quattro vite calcistiche. Prima grande speranza del settore giovanile dei Pipistrelli pronto all’esplosione dopo aver guidato l’Elche alla promozione in Liga, poi talento esposto troppo presto e troppo rapidamente alla fisicità della parte bassa della Premier League con l’Aston Villa, poi salutato come l’eroe della rinascita del Deportivo e in seguito ennesima rovina lasciata da una gestione sciagurata di una squadra passata in vent’anni dalla Champions alla terza divisione, e infine ovviamente stella dall’altra parte dell’oceano. Fermato ad altissimi livelli da un fisico molto fragile e forse dall’essere stato preceduto nel Valencia da un giocatore fatto nel suo stesso stampino ma un paio di livelli superiore come David Silva, Gil è brevilineo e ha un movimento frenetico dei piedi, come fossero braccia di pale eoliche, a cui unisce una tecnica sopraffina, una grande abilità nello stretto e ovviamente, come dimostrano i numeri, una naturale tendenza all’ultimo passaggio – o al penultimo, visto che in MLS contano come assist anche quelli – e la capacità di leggere la partita con un paio di passaggi d’anticipo. Per capire quanto fondamentale sia il suo apporto nell’ottica dei successi di questa squadra, basti pensare a come i Revolution si comportino senza di lui quando – spesso, purtroppo, come già detto, anche se non in questa stagione – il centrocampista spagnolo è infortunato. In particolare è fondamentale tenere d’occhio la regular season 2020, in cui Gil ha avuto modo di giocare solamente sei partite, e confrontarla sia con i playoff 2020, una corsa trionfale fermatasi solo di fronte ai futuri campioni dei Columbus Crew in finale di Conference e in cui Gil ha giocato tutte e quattro le partite, sia con questa regular season 2021 da record, dal momento che la squadra è rimasta praticamente la stessa tra le due stagioni, e con unico cambiamento veramente significativo proprio le condizioni di salute del proprio DP. Lo scorso anno infatti New England ha concluso all’ottavo posto della Conference, una posizione che, se i playoff non fossero stati allargati causa pandemia, non avrebbe garantito un biglietto per la post-season. Parliamo di 1.39 punti a partita contro gli oltre 2 di questo 2021, una differenza reti appena positiva contro una che supera il +20, e questo con una difesa che ha addirittura leggermente peggiorato la sua solidità – 1,08 gol subiti a partita nel 2020, 1,22 nel 2021. Ovvio che tutti questi miglioramenti non possano essere singolarmente associati alle prestazioni del giocatore spagnolo, ma anche la valutazione della crescita degli altri elementi del roster, anch’essi fondamentali nella differenza tra le due stagioni regolari, non può prescindere dall’aver avuto a disposizione un’intera annata con uno dei facilitatori di gioco più decisivi nella lega.

Quando si parla però della crescita di questa squadra e dei suoi singoli giocatori, non si può non prescindere dal discutere di Tajon Buchanan e Matt Turner, i pilastri più inaspettati e sorprendenti per storia e percorso di questa squadra. Li abbiamo entrambi già citati in apertura, citando la sconfitta per 5-0 contro i Chicago Fire che costò la panchina a Brad Friedel. Entrambi erano in campo quel giorno, ed entrambi possono essere visti mostrare un linguaggio del corpo abbacchiato, come fossero in balia della loro situazione impossibilitati dall’uscirne fuori senza l’aiuto di una mano esterna. Sembrano due comparse come tante ce ne sono nelle varie stagioni disgraziate delle squadre MLS, carneadi provati perché tanto peggio di così non si può andare quindi tanto vale tentare qualcosa di nuovo, messi come segnaposto perché comunque in undici bisogna giocare. Oggi Matt Turner è il portiere titolare dello USMNT e sembra aver preso il posto a Zack Steffen del Manchester City durante questa tornata di qualificazioni mondiali, mentre Tajon Buchanan si è conquistato la nazionale canadese e anche un trasferimento multimilionario al Club Bruges quando terminerà la stagione MLS. Tajon Buchanan è nativo di Brampton, Ontario, trenta minuti fuori da Toronto e hotbed calcistico se ce n’è uno nel paese della Foglia d’Acero. Nella cittadina sono nati o sono cresciuti nelle squadre calcistiche locali alcuni dei giocatori più significativi del calcio canadese dell’ultimo ventennio, da Atiba Hutchinson a Doniel Henry, da Junior Hoilett a Paul Stalteri, da Cyle Larin a Jonathan Osorio e sopratutto a Kadeisha Buchanan, che non è legata da parentela con la stella dei Revolution, nonostante condividano il cognome, le origini giamaicane e appunto la gioventù spesa a Brampton, ma è una delle migliori giocatrici al mondo nella sua posizione, campionessa olimpica a Tokyo e di tutto con il Lione a livello di club.

Dopo un biennio ottimo a Syracuse Buchanan viene scelto alla #9 nel SuperDraft 2019 dai Revolution, ma gli ci è voluto del tempo per prendersi la scena. La sua stagione da rookie lo ha visto collezionare solo dieci presenze, mentre il primo gol da professionista è arrivato solamente nel settembre 2020 quando, dopo essersi preso il posto da titolare con Bruce Arena, trovò la rete contro i Philadelphia Union che casualmente, appena un paio di mesi dopo, sarebbero stati la vittima del suo breakout game, l’incontro ai playoff con cui il seed #8 eliminò a sorpresa i vincitori dello scorso Supporters’ Shield. In quell’incontro Buchanan, giocando da terzino destro – e non è assurdo immaginare che quello possa essere il suo ruolo nel calcio europeo, anche se quest’anno ha giocato principalmente da ala – lasciò un solco fatto di terra bruciata che ancora oggi occupa le fasce del Subaru Park di Chester, trovando anche la via della rete segnando quello che poi si sarebbe rivelato il gol decisivo nel 2-1 con cui i Revolution ottennero la qualificazione. Ma è in questa stagione 2021 che il canadese ha effettuato il decisivo salto di qualità che ha fruttato ai New England Revolution l’assegno da cinque milioni di dollari strappato dal Bruges per le sue prestazioni. Nella – complessa e frastagliata – stagione regolare 2020 Buchanan, giocando principalmente da terzino ha raccolto undici presenze da titolare con due gol e due assist. Quest’anno, con ventisei partite di cui diciotto da titolare, le cifre sono salite a otto gol e cinque assist, giocando in una posizione più avanzata. Ma non è solo con i Revolution che il classe 1999 ha fatto la differenza. Sia a livello di qualificazioni olimpiche che sopratutto nella Gold Cup, dove l’assenza di Alphonso Davies causa infortunio ha tolto al Canada la sua principale arma offensiva, Buchanan ha giocato partite da protagonista, mostrando uno stile di gioco non troppo dissimile da quello del fenomeno del Bayern Monaco. Veloce ma comunque tutt’altro che piccolo e leggerino, è in possesso di un dribbling nello stretto eccellente ed è in grado di colpire sia andando al cross che rientrando per provare il tiro. Attacca molto l’area – come dimostra il fatto che nessuno dei suoi gol in maglia Revolution quest’anno sia arrivato da fuori i sedici metri – e ama prendersi responsabilità importanti mostrandosi ambizioso nelle scelte e nel ruolo che vuole interpretare all’interno della sua squadra.

In una posizione molto diversa di campo, invece, Matt Turner è riuscito a convincere non uno ma due ex portieri come Bruce Arena e Brad Friedel ad assegnarli i guantoni da titolare, anche se solo con l’arrivo dell’ex Cornell University è riuscito a garantirsi il posto nell’undici di partenza senza dover ogni tanto concedere la saltuaria presenza a Cody Cropper o a Brad Knighton. E se Bruce Arena non lo avrà certo scelto per i suoi numeri nelle statistiche avanzate – l’italo-americano ha sempre avuto un rapporto che definirei conflittuale con le statistiche per mancanza di una parola più gentile – è certo che alcuni suoi dati assurdi e mai visti prima in MLS abbiano attirato verso di lui l’hype della comunità di appassionati statunitense e poi le attenzioni di Gregg Berhalter. Negli ultimi tre anni il nativo di Park Ridge, New Jersey è stato sempre e per distacco il migliore portiere in MLS per quantità di expected goals prevenuti rispetto alle reti subite, arrivando addirittura a prevenire 8.29 gol nella stagione 2020 – quest’anno si è calmato, ma è comunque leader nella lega – e questo grazie, come confermato dall’ex portiere Matt Pyzdrowski per The Athletic, grazie ad un eccellente posizionamento e ad un footwork fenomenale che gli permettono di essere sempre nella posizione migliore per salvare un tentativo avversario, come quando, nel recupero di una partita contro New York City fermò Maxi Moralez solo a pochi metri dalla porta di fatto coprendogli ogni angolo dello specchio in cui potesse riuscire ad infilare il pallone.

In una lega come la MLS in cui gli attacchi sono spesso frenetici e a volte frutto anche di improvvise fiammate dei Designated Player, Matt Turner riesce sempre ad essere calmo e ad avere il controllo della situazione grazie al suo posizionamento, che viene da pensare possa essere un’eredità della sua adolescenza spesa a giocare a baseball – dove la scelta del momento e la capacità di sapere sempre dove si trovino il pallone e gli avversari è fondamentale – e a pallacanestro nella squadra del liceo. Perché Matt Turner al calcio ci è arrivato molto tardi, solamente nel suo ultimo anno di high school a Saint Joseph Regional, e il suo percorso verso il professionismo e lo USMNT è stato decisamente accidentato e di quelli che quasi nessuno avrebbe previsto. Iscrittosi a Fairfield University come semplice alunno, il portiere convinse lo staff ad inserirlo in rosa, ma senza necessariamente trovare da subito spazio. Dopo una prima stagione tutta in panchina, a metà della seconda arrivò, causa infortunio del titolare, un’opzione dal primo minuto. In quella partita contro Iona si rese protagonista di una papera di quelle che potrebbero rovinare la carriera di un portiere, e che per poco non stava per fermare anche la sua, dal momento che sembrava sul punto di mollare Fairfield e chiedere il transfer ad un’altra scuola. Undrafted in uscita dal college nel 2016, Turner riuscì ad avere una chance quando Remi Roy, allenatore dei portieri della franchigia, rispose ad un amico agente a cui Fairfield aveva chiesto di dare un’occhiata al proprio portiere che aveva appena terminato il percorso di studi. Dopo aver visionato alcuni suoi filmati, Roy decise di portare Turner nella preseason dei Revolution, per giocarsi uno dei tre posti all’interno del roster della franchigia partendo tecnicamente come quarta e ultima ruota del carro. Qui firmò un contratto, rinunciando ad un lavoro più remunerativo fuori dal calcio, e spese la sua prima stagione in prestito a Richmond, facendo la spola tra Boston, dove si allenava con la prima squadra, e la Virginia, dove giocava in USL.

DeJuan Jones non era invece in campo durante la demolizione per mano dei Chicago Fire che determinò la fine del regno di Brad Friedel, ma anche lui era alle primissime avventure nel professionismo e può dire di condividere con Tajon Buchanan non solo la franchigia, ma anche il SuperDraft e il giro, il primo, in cui è avvenuta la selezione, oltre che alcune caratteristiche tecniche e ovviamente l’essere diventato parte integrante del progetto di Bruce Arena. Di due anni più vecchio rispetto al canadese, la scelta #11 del SuperDraft 2019 ha la sua storia legata a doppio filo al suo stato d’origine. Nato e cresciuto a Lansing, Michigan, Jones si è guadagnato, dopo un triennio come stella dei Trojans della East Lansing High School, una borsa di studio per giocare per la Michigan State di coach Damon Rensing – passando quindi dall’essere un Troiano ad uno Spartano – passando poi al livello superiore dove ha trovato quasi subito un impiego decisamente stabile. Capace di posizionarsi lungo tutta la fascia sinistra, Jones è per certi versi uno specchio di Buchanan, essendo stato impiegato con successo sia come terzino che come ala – anche se più spesso, al contrario del canadese, in posizione più arretrata. A inizio stagione sarebbe dovuto partire dietro nelle gerarchie rispetto al nuovo acquisto Christian Mafla, ma sin dalla preseason ha impressionato mostrando una crescita impressionante. Al contrario di altri esterni adattati a terzini, Jones eccelle maggiormente nelle caratteristiche difensive, ma se quest’anno è diventato, come riportato dal blog The Bent Musket, una sorta di unsung hero della franchigia è anche grazie ai costanti miglioramenti del suo piede sinistro e del suo decision making, che gli hanno permesso anche di essere incisivo come mai tra i professionisti in fase offensiva. In questa lista va inserito anche Brandon Bye, che con Jones condivide non solo il ruolo – è infatti il terzino titolare sulla fascia opposta – ma anche le origini del Michigan. Nativo di Kalamazoo e prospetto da Western Michigan, Bye è diventato professionista con la #8 pick nel SuperDraft 2018 e ha recentemente superato le cento presenze in MLS, tutte con la maglia dei Revolution, per cui è un meccanismo fondamentale: ventotto presenze senza mai essere sostituito, due gol e due assist e sopratutto una presenza cruciale in difesa, dove vince molti duelli senza mai avere bisogno delle maniere forti – solo tre cartellini gialli lungo tutta la stagione.

Una nota di merito va poi indirizzata anche agli altri tre giocatori nel roster dei vincitori del Supporters Shield che erano in rosa anche nei primi mesi del 2019, forse ancora più significativa. Perché dai DP ci si attende sempre grandi cose, e i giovani è normale possano avere ampi margini di miglioramento, anche se non è scontato ci arrivino, ma che dei veterani riescano ad adattarsi ad un nuovo contesto e a migliorare sensibilmente le proprie prestazioni praticamente dal nulla è tutt’altro che scontato, e allora è giusto celebrare anche Teal Bunbury, Scott Caldwell e sopratutto Andrew Farrell. Il primo è da anni una presenza fissa in uscita dalla panchina. Quando si guardano le partite dei Revolution ad un certo punto si può stare sicuri che entrerà questo numero dieci atipico, perché più che un fantasista è un attaccante, spesso rilocato sulle fasce – entrambe perché è ambidestro – e che ama tagliare in area dove è più marcatore che assistman. Il classe 1990 canadese di Hamilton è dal 2014 in maglia New England, la seconda per cui abbia mai giocato in MLS dopo un biennio di successo ad Akron dove, allenato da Caleb Porter, ha condiviso il campo con Darlington Nagbe e Steve Zakuani, tra i nomi più noti in ottica MLS, ma anche con il suo compagno di squadra Scott Caldwell, arrivato in Ohio in occasione dell’ultimo anno di Bunbury con gli Zips e rimasto fino al 2012, quando decise di accettare un contratto con New England per diventare un homegrown player – aveva giocato con il settore giovanile dei Revolution prima di passare al college – e unirsi alla squadra che ancora oggi, dopo oltre duecentotrenta presenze, ancora non ha mollato. Mediano di grande solidità, quest’anno ha visto ridotto il suo minutaggio entrando per lo più dalla panchina, ma è stato fondamentale tra 2019 e 2020 nel ristabilire ad alto livello i Revolution, e quindi merita di essere citato anche se il suo contributo in questa specifica stagione è stato meno significativo. Quando poi si parla di veterani con grande esperienza della lega che sono fondamentali nella MLS moderna per aspirare al successo, a New England questo ruolo non può non essere occupato da Andrew Farrell. Da dieci anni ormai, con la pioggia o con il sole, nel bene o nel male, Farrell è lì, al centro della difesa, sempre apparentemente un poco appesantito, a fare a botte e a sparare lanci lungi taglialinee che assomigliano a proiettili usciti dalla carabina di Campriani, che tra l’altro andava in università non troppo lontano da Boston, quantomeno nello stesso quadrante d’America. E quest’anno, a coronare una stagione eccezionale, Farrell si è preso un posto speciale nella storia dell’unica franchigia per cui abbia mai giocato stabilendo il record di presenze in regular season nella storia dei Revolution superando Shalrie Joseph e l’ex bimbo prodigio Diego Fagundez entrambi fermi a quota 261 – e l’uruguaiano oggi ad Austin è solo un classe 1995, giusto per ricordare quanto era giovane quando ha iniziato a giocare. Arrivato nel New England nel 2013 come prima scelta assoluta del SuperDraft 2013 da Louisville, Farrell si è costruito una nicchia come uno dei difensori più solidi e continui in MLS, e solo una singola assenza gli priverà la possibilità di aver giocato ogni minuto di ogni partita della miglior regular season che una franchigia abbia mai avuto.

Ma, come detto, Bruce Arena, nel doppio ruolo di allenatore e GM, non si è semplicemente limitato a rivitalizzare il talento trovato a disposizione nella franchigia, e anzi ha cambiato, almeno numericamente, la maggior parte del roster. Tra questi ci sono alcune aggiunte che si sono rivelate fondamentali nella corsa al Supporters’ Shield e si sono rivelati come alcuni dei principali segreti – neanche troppo nascosti – del successo di questi Revolution. Visto che abbiamo recentemente citato Andrew Farrell, potrebbe essere una buona idea iniziare dal suo partner in difesa, che come lui è arrivato in MLS dal SuperDraft come parte del programma Generation Adidas. Perché se c’è un trucco che sembra distanziare New England da gran parte delle altre franchigie della lega e sopratutto dai loro rivali di Conference che lo scorso anno hanno sollevato questo trofeo – i Philadelphia Union – è l’importanza data allo scouting della NCAA, il valore assegnato nella ricerca della gemma nascosta dal SuperDraft, che sarà pure un serbatoio di talento meno efficiente e meno pigliatutto di come era prima che nascessero le academy MLS, ma può ancora essere una miniera d’oro per coloro che sappiano come sfruttarlo nella maniera giusta. Come abbiamo già visto, il SuperDraft 2018 ha portato in rosa il terzino destro titolare, mentre quello 2019 hanno garantito il terzino sinistro e l’esterno d’attacco destro dell’undici di Bruce Arena. Quello del 2020 ha invece portato, con la sesta scelta assoluta, l’altro difensore centrale, ovvero Henry Kessler. Il prospetto classe 1998 da Virginia – la stessa scuola di Daryl Dike, l’unico giocatore che se il titolo di Rookie dell’anno non fosse stato sostituito da quello di Giovane calciatore, avrebbe potuto togliere il premio dalle mani del centrale di New England – cresciuto nel settore giovanile dei New York Red Bulls, è partito dietro nelle gerarchie all’inizio del 2020, ma si è poi preso il posto in particolare nelle vicinanze dei playoff, dove è stato uno dei protagonisti della cavalcata dei Revs alla finale di conference giocando ogni minuto a disposizione della post season. Difensore molto alto – sopra il metro e novanta – ma non troppo strutturato fisicamente, possiede un’ottima conduzione di palla ed è una garanzia in fase di impostazione, dove anche in situazioni complesse difficilmente va a perdersi il pallone. Dopo aver partecipato al torneo di qualificazione olimpica chiusosi senza il pass per Tokyo per l’Under 23 di Jason Kreis, Kessler si è addirittura guadagnato la nazionale maggiore e il primo trofeo internazionale, avendo partecipato – pur con sola una presenza – alla Gold Cup vinta da degli Stati Uniti sperimentali in seguito all’infortunio di Walker Zimmerman.

Altri due acquisti fondamentali, ovviamente, sono i Designated Player che tra il luglio 2019 – ad un paio di mesi dall’assunzione di Arena – e l’inizio della stagione 2020 si sono uniti a Carles Gil come i tre giocatori extra budget della franchigia di Boston. Entrambi sono attaccanti, e ancora oggi si dividono le responsabilità offensive della franchigia, giocando uno accanto all’altro. Leggermente più dietro, con un ruolo quasi da rifinitore e comunque con molta più libertà di movimento tra trequarti campo e anche a volte sulle fasce, c’è Gustavo Bou. Il trentunenne argentino, lanciato nel calcio che conta da Diego Pablo Simeone al River Plate e rivitalizzato ad alto livello dal fare coppia con Diego Milito al Racing, è forse il giocatore più esaltante della franchigia, un giocatore in grado di segnare potenzialmente da qualsiasi situazione e che non si limita solamente a segnare – quindici gol in stagione – essendo anche il secondo migliore assistman della squadra a quota otto dietro l’ovviamente dominante Gil. Ma curiosamente l’argentino ex Tijuana è secondo in casa Revolution anche in quanto a gol, perché in posizione più avanzata, come un vero e proprio ariete grazie al suo metro e novanta d’altezza, gioca Adam Buksa, arrivato in questa stagione regolare a quota sedici gol. Il venticinquenne di Cracovia, che curiosamente ha un passato nelle giovanili del Novara, oltre ad essere fratello maggiore del classe 2003 Aleksander, anche lui attaccante e anche lui passato in Italia, visto che è in questo momento sotto contratto con il Genoa, è arrivato in MLS dopo una stagione e mezza ottima con il Pogon di Stettino, e se nel primo anno ha mostrato qualche difficoltà ad adattarsi, segnando solo sette gol di cui uno comunque nella vittoria ai playoff contro Philadelphia, quest’anno ha trovato la sua forma ed è arrivato in doppia cifra, andando non troppo lontano addirittura dalla Golden Boot per il miglior cannoniere della lega. Per capire quanto siano fondamentali Buksa, Bou e Gil negli equilibri della squadra di Bruce Arena e sopratutto quanto in MLS possa esserci una diretta correlazione tra l’investire nei Designated Player giusti e i successi raccolti sul campo, New England è seconda in MLS per minuti fatti giocare ai propri Designated Player dietro solamente a Columbus ed è prima – con ampio margine, avendo praticamente doppiato la seconda migliore squadra – per gol + assist realizzati dai propri DP.

Per concludere questa panoramica sul roster dei vincitori del Supporters’ Shield, è giusto citare altri due veterani di lungo corso, che come detto sono sempre fondamentali per dare forma ad un gruppo vincente in una lega così complessa e dalle sfide così particolari come la MLS, ovvero Matt Polster e Tommy McNamara. Il primo è stato una vera e propria breakout fin dal suo arrivo in maglia Revolution nel 2020, portandosi a livelli mai visti prima nel comunque buon triennio precedente con la maglia dei Chicago Fire e nell’avventura scozzese ai Rangers. Giocatore molto versatile capace di dividersi tra difesa e centrocampo, Polster ha giocato principalmente in questi anni come mediano basso, impegnato nel recuperare il pallone e poi servirlo quanto più velocemente al playmaker più vicino a lui. Per continuità e livello delle prestazioni Polster è stato uno dei giocatori chiave di questa squadra, un elemento che pure giocando in una posizione non certo visibile e piena di attenzioni, ha catturato gli occhi di moltissimi tifosi dei Revs, e non è una bestemmia considerare la sua stagione tanto decisiva per i successi della franchigia quanto quella dei tre DP o di Tajon Buchanan o di Matt Turner. Da West Nyack, New Jersey con furore arriva invece un giocatore di culto per chiunque segua la MLS, anche se recentemente ha deciso di abbandonare il taglio di capelli molto anni ’90 che aiutava molto a livello di immagine il suddetto culto, ovvero Tommy McNamara, che dopo un biennio difficile in una squadra non di altissimo livello come gli Houston Dynamo ha ritrovato continuità e giocate importanti a New England. Trequartista adattato per forza di cose all’interno di questa squadra come centrocampista box to box, il ventinovenne da Clemson ha lasciato l’impronta in fase offensiva con due gol e due assist ma sopratutto aggiungendo una dimensione più verticale al gioco dei Revs con il suo stile di passaggi raramente – se non proprio mai – conservativo.

Questo approccio è fondamentale per la squadra ed è una ragione della sua ritrovata importanza in una contender, perché ben si inserisce all’interno dello stile generale degli uomini di Bruce Arena, che non raccolgono molto possesso palla ma spingono sempre molto sull’acceleratore una volta recuperata palla e che sono tra i passatori più pericolosi della lega. I Revolution sono primi in MLS per Expected Assist per 90 minuti con un dato di 1,31 (dati fbref.com) e per passaggi che portano direttamente ad un tiro – 383 – e nella parte alta della lega sia per lunghezza media dei passaggi – 42,0 metri – che per numero di passaggi progressivi – 1230. Sfruttando la propria abilità sulle fasce e la presenza di un’ariete come Buksa in mezzo all’area sono secondi in MLS per cross dietro solamente ai Philadelphia Union – che hanno anche loro un centravanti polacco molto alto in mezzo all’area, nonché grandi crossatori come Kai Wagner e Olivier Mbaizo. I New England di Bruce Arena non sono necessariamente una squadra che ama recuperare il pallone in zone molto avanzate di campo, anche perché sanno che grazie alla capacità di essere progressivi dei propri passatori possono arrivare a creare occasioni con pochi tocchi di palla. I Revolution sono terzi in MLS per azioni da tiro e primi con ampio margine – gli unici sopra quota cento – per azioni da gol, e in entrambe le categorie primeggiano per passaggi con palla in gioco che hanno portato ad un tiro, faticando invece ad entrare nella prima metà della lega per qualsiasi altro tipo di azione possa portare ad una marcatura o comunque ad un tiro. Come sottolineato nella prima parte di stagione da Joe Lowery di The Athletic analizzando l’inizio bruciante della franchigia, i Revs di Bruce Arena sono equipaggiati grazie al grande numero di opzioni offensive a loro disposizione per attaccare in maniera competente – con diverse gradazioni di successo, ma comunque tutte potenzialmente pericolose – praticamente ogni tipo di difesa. Gli skill set di tutti questi calciatori, da Bou a Gil, da Buksa a Buchanan ben si complementano gli uni con gli altri permettendo contropiedi fulminanti ma anche filtranti a tagliare un blocco difensivo tenuto molto basso, di uscire vincitori da mischie confusionarie in area ma anche di allargare le maglie della difesa avversaria allargando i propri esterni fino alla linea di delimitazione del campo e sfruttando le sovrapposizioni degli esterni o i tagli dei centrocampisti. Difensivamente, la mancanza di uno stile di pressing univoco e la tendenza a non pressare eccessivamente gli avversari senza comunque mai stabilizzarsi del tutto in un blocco basso rende la stagione dei Revs meno eccezionale e permette agli avversari di trovare spazi, ma comunque stiamo parlando di una fase difensiva sopra la media in MLS e sopratutto avere in porta un vero e proprio cheat code come Matt Turner ti permette qualche passaggio a vuoto che da altre parti semplicemente non si possono permettere.

Non so quale sia la vostra opinione sul Supporters’ Shield, un trofeo che, ricordiamo, la MLS non assegnerebbe se non fosse per i gruppi organizzati del tifo che hanno deciso di costruirsi una propria coppa con cui premiare la franchigia con il miglior record nella stagione regolare, ma quello che sappiamo è che per Bruce Arena è una cosa molto stupida. Questo non vuol dire, ovviamente, che non si troverà a festeggiare il trofeo, e sopratutto, non toglie nulla al valore del traguardo raggiunto. In due anni i New England Revolution sono passati dall’essere una franchigia che non riusciva neanche ad avvicinare il traguardo del .500 a quella più forte e dominante che la MLS abbia mai visto durante la sua regular season. Il lavoro fatto da Bruce Arena, come tecnico e anche come GM, dal presidente Brian Bilello, dal direttore tecnico Curt Onalfo, dai vice Richie Williams, collaboratore di Arena già ai tempi dei Red Bulls, e Dave Van Den Bergh, che in quei Red Bulls ci giocava, da tutto lo staff e da tutti i calciatori passati per il Gillette Stadium di Foxborough in questi novecentootto giorni racconta la storia di una ricostruzione mai così veloce nella storia della lega, di una franchigia che eccelle sotto quasi ogni punto di vista del roster building, anche in quelli che spesso, da altre parti, vengono sottovalutati. Con la crescita del livello medio della MLS, con l’aumento degli investimenti e con la maggiore attrattiva che questa ha nei confronti di tecnici e giocatori da ogni parte del mondo, può essere normale per le franchigie spingersi in altre direzioni, provare a cogliere l’attenzione dei media adottando uno stile più europeo, oppure più sudamericano, cercare dirigenti e allenatori provenienti da contesti con più glamour e magari con un curriculum di altissimo livello. Tutte queste cose, come nella prima fase della storia MLS erano le grandi stelle del calcio europeo arrivate oltre oceano per un ultimo lauto stipendio, possono aiutare da un punto di vista mediatico, e certo portano maggiori attenzioni sulla lega sia dall’estero che dai media statunitensi – provate a vedere qual è la squadra MLS di cui si parla di più in Italia, vi do un indizio: ci giocano due ex Juventus – ma comunque in questi anni hanno continuato a mostrarsi soluzioni meno efficienti e di minor successo rispetto a credere fortemente e investire pesantemente nel know-how locale, nel fidarsi di persone che conoscono la MLS e che sanno navigarne le complesse regole e l’ambiente unico e irripetibile nel calcio mondiale. E questo, a volte, può anche voler dire affidarsi completamente alla visione dell’allenatore più vincente nella storia del calcio statunitense, anche se al momento dell’assunzione la sua scelta, dopo aver attraversato il periodo peggiore della sua carriera, sembrava l’ennesima conferma di una franchigia poco ambiziosa che si limita a sopravvivere sul bordo della linea di galleggiamento.

La MLS non è necessariamente come tutte le altre leghe nordamericane. In poche parole, per citare un motivetto che andava molto qualche anno fa, 72-8 does mean a thing without a ring, e non solo perché, a differenza di qualsiasi altro #1 seed nello sport americano, c’è un trofeo e un posto nell’albo d’oro a testimoniare ai posteri l’eccezionalità di una certa stagione. Ma comunque, al di là di tutto, il Supporters’ Shield è e resta il trofeo secondario della stagione MLS. Il vero obiettivo dei New England Revolution, a maggior ragione visto che c’è un track record positivo per questa squadra nella post season, resterà sempre la MLS Cup, il che rende quello che sta per arrivare con ampio margine il periodo più importante e cruciale della stagione dei Revs. E non è semplicemente il trofeo che attende la franchigia alla fine di questa avventura a rendere i prossimi playoff cruciali. Come abbiamo detto all’inizio, molto spesso, da quando la lega e quindi il quadro dei playoff ha incominciato ad allargarsi, raramente la MLS Cup è stata vinta da chi aveva trionfato nel Supporters’ Shield, e quando andiamo a leggere i nomi di chi ha terminato in cima la regular season, spesso vediamo franchigie per cui quella post-season rimasta monca dopo le buone sensazioni lasciate dalla stagione regolare ha rappresentato una sliding door nella storia di quel progetto tecnico, dopo cui la delusione è stata troppo grande per riprendersi e mantenere l’alto livello di prestazioni già dimostrato. In questo senso, i New England Revolution non stanno semplicemente giocando per questa stagione, che resta comunque l’obiettivo primario, ma stanno anche scommettendo sul loro futuro. Ma mentre ci avviciniamo ai playoff, non possiamo non sottolineare quante certezze siano state incamerate dalla franchigia nel corso di questa regular season, e come queste possano rendere i New England Revolution i grandi favoriti per i playoff che inizieranno dopo la pausa per le nazionali. In un certo senso, questa non è solo una celebrazione di chi ha dominato la regular season, ma anche una preview di quello che ci si può aspettare da questa squadra quando il pallone incomincerà a pesare di più. Intanto, però, limitiamoci a parlare delle certezze, e a celebrare i New England Revolution, your 2021 Supporters’ Shield Champions, novecentootto giorni dopo aver toccato il loro punto più basso.

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