Tutta la gloria devastata di Carli Lloyd

Se Carli Lloyd dovesse scrivere un’autobiografia, si chiamerebbe probabilmente “Una cosa divertente che non farò mai più”, come l’esilarante reportage di una crociera di David Foster Wallace. Perché sarà pure vero che un titolo del genere sarebbe valido per qualsiasi atleta professionista decida di ritirarsi dallo sport senza uscirne con particolari rimpianti, ma è anche vero che nessuno in questi anni ha mostrato la tendenza a fare naturalmente la cosa più divertente possibile come la leggenda dello USWNT, che ha recentemente annunciato il ritiro al termine di questa stagione della NWSL, e la prova più evidente di tutto questo sta nel suo gol più famoso e probabilmente importante, la rete da centrocampo nella finale del mondiale 2015 che le ha permesso di completare una tripletta nei primi quindici minuti di gioco – e basta solo scrivere queste parole per capire quanto sia impossibile pensare qualcosa di più divertente per chi sogni di diventare un giocatore offensivo. Se Carli Lloyd dovesse scrivere un’autobiografia e dovesse decidere come strutturarla, il mio modesto consiglio sarebbe quello di organizzarla come una rilettura del mito di Super Mario in cui una giovane calciatrice deve correre, saltare, colpire oggetti ed evitarne altri per conquistare un castello controllato da una mostruosa tartaruga di nome FIFA e liberare una bionda principessa di nome Coppa del Mondo. A dir la verità, comunque Carli Lloyd l’ha già scritta un’autobiografia – più di una in realtà, ma vabbé – e si intitola “When Nobody Was Watching”, è un bestseller del New York Times ed è stata scritta in collaborazione con il giornalista Wayne Coffey. Non sarà il titolo più evocativo e fantasioso di sempre, ma è in effetti il titolo che meglio racconta cosa voglia dire non solo essere Carli Lloyd, ovvero una delle più grandi atlete del mondo, ma anche cosa voglia dire essere una calciatrice in questo mondo e cosa volesse dire sopratutto nei primi anni di questo nuovo secolo, quando Lloyd ha iniziato a farsi strada nel mondo del professionismo – per la verità neanche così stabile, almeno in quel momento storico. Perché il titolo “Mentre nessuno guardava” potrebbe sì riferirsi a quanto allenamento e fatica si nasconda dietro i risultati che i tifosi possono poi vedere sul campo, ma sembra anche adattarsi a descrivere il movimento del calcio femminile, che per decenni si è retto sulle spalle di pioniere dedicate a dimostrare al mondo il loro valore anche quando il mondo veniva consapevolmente escluso dalle loro azioni per mano di coloro che avrebbero dovuto promuovere quel prodotto in primo luogo.

Non avrei usato il condizionale per scrivere quest’ultima frase stessimo parlando di qualsiasi altra protagonista dello USWNT degli ultimi anni. Avrei assunto il duplice significato come una certezza, semplicemente perché coinciderebbe con quanto molte di queste campionesse hanno detto e fatto durante gli anni, ma con Carli Lloyd il caso è un po’ diverso. Perché Carli Lloyd è se possibile la più grande individualista che la storia degli sport di squadra abbia mai visto, che non è necessariamente sempre un lato negativo. Sarà perché quando aveva ventun anni, dopo essere stata esclusa da un camp dello USWNT venendo definita dal tecnico “semplicemente non materiale da nazionale” e dopo aver pensato al ritiro, l’incontro con il tecnico australiano James Galanis, che risiedeva nella zona e che, si badi bene, prese ad allenarla individualmente, la fece esplodere in mille pezzi e la ricostruì sulla base di un unico mantra: il calcio viene prima di tutto, e se alle dieci di sera c’è da allenarsi e tu sei fuori con gli amici, saluti gli amici e vieni ad allenarti. Ma ci sono molte situazioni in cui, in questi anni, Carli Lloyd ha dimostrato di considerare il suo protagonismo come parte integrante della sua idea di successo, come quando ha definito il Mondiale 2019 vinto pur partendo quasi sempre dalla panchina come “il peggior periodo della sua vita”, o come quando cercò di spiegare il perché avesse deciso di non inginocchiarsi durante l’inno nazionale come molte sue compagne nel MLK Day dando una risposta che sostanzialmente non diceva niente. Carli Lloyd ha quel tipo di personalità, quel tipo di approccio allo sport maniacale che riesce ad apparire allo stesso tempo bollente ed algido che caratterizza alcuni degli sportivi più famosi ma allo stesso tempo controversi del pianeta. Come per Cristiano Ronaldo e Novak Djokovic tutto quello che accade avviene per loro e intorno a loro, non sembrano essere in grado di accettare la possibilità che un problema possa essere di tipo sistemico. E se questo non vale necessariamente per gli altri due nomi fatti, visto che parliamo di atleti appartenenti al gruppo di esseri umani più privilegiati del pianeta, risulta chiaro per la stella dello USWNT. Tra le prime portavoci del movimento delle calciatrici per l’Equal Pay, autrice di un essay sul New York Times nell’aprile 2016, quando all’inizio del 2020 è diventata di dominio pubblico la linea difensiva della USSF secondo cui le donne non meritassero l’Equal Pay perché “più lente, più piccole e più basse” degli uomini e che dunque due livelli di qualità tecniche completamente diverse fossero richieste per rappresentare le due nazionali, la risposta di Carli Lloyd non si è concentrata su quanto quella linea fosse assurda e profondamente sessista, dal momento che giustificava una differenza di pagamento sulla base di caratteristiche su cui né le donne né gli uomini hanno assolutamente alcun controllo, che è proprio la definizione da dizionario del sessismo, ma piuttosto ha visto in questa provocazione l’occasione per l’ennesima sfida della sua carriera. “Dovremmo scontrarci e vedere chi vince così poi saremo pagate di più” è stata la sua risposta agli avvocati della USSF, che 1) bisogna ammettere essere una risposta esageratamente figa da dare, e che sarebbe certamente usata come meccanismo scatenante della trama dovesse Hollywood produrre un film romanzato sulla vicenda e 2) non ha assolutamente a che fare con l’argomento in questione e rischia di svalutare l’intera vicenda ad uno scontro quasi infantile: lo USWNT non merita di essere pagato quanto la nazionale maschile perché il “loro livello tecnico è più alto”, come affermato da Lloyd stessa, ma perché sono due squadre che fanno lo stesso lavoro – rappresentare la loro nazione sul più alto palcoscenico internazionale – e dunque una paga assimilabile dovrebbe essere garantita da organizzazioni no-profit per statuto come FIFA e USSF indipendentemente dai differenti guadagni che i tornei a cui partecipano possano garantire.

Sto leggendo un libro, in questi giorni, si chiama “Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata”, serie di scritti e racconti sull’amore di Raphael Bob-Waksberg, il creatore di “Bojack Horseman”, ed è incidentalmente anche quello che ha ispirato il titolo di questo articolo, che potremmo quasi definire un coccodrillo sulla carriera sportiva di Carli Lloyd, un tentativo di dare un senso a queste pagine di storia prima che la nativa di Delran Township decida in che direzione aprire quelle che si sta apprestando a scrivere – non prima di un ultimo tentativo di raccogliere trofei. “Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata” è un libro che parla di persone che sono specchi rotti, di relazioni che sono anch’esse causa di sette anni di sventura o che stanno per diventarlo, ma la cui bellezza sta proprio nella loro infinita potenzialità di ricostruirsi in qualcosa di bello. E la storia di Carli Lloyd è una storia di rotture e ricostruzioni, una storia che ha avuto la sua consistente dose di momenti “You Are Secretariat”, per citare la creazione più celebre di Bob-Waksberg. C’è sempre stato qualcosa di rotto nella relazione tra Carli Lloyd e il mondo. La sua storia d’amore con gli Stati Uniti non è mai stata una linea retta, bensì spezzata, ed è anche per questo che in effetti appena lo USWNT ha avuto a disposizione altri volti da mettere in copertina, ha colto l’occasione al volo. D’altronde non è mai stata la personalità più pubblicizzabile, anche perché, come potrebbe confermarvi lei stessa, non è essendo simpatica che si diventa Carli Lloyd. Non dimentichiamocelo, lei fa pur sempre parte di quel gruppo di atlet* che hanno travalicato il confine di eccellenza dello sport con la solennità di San Francesco che si spoglia delle sue vesti in piazza ad Assisi e con gli effetti speciali narrativi di James Bond che va a sventare i piani di qualche supercattivo con qualche cicatrice in faccia. Non è un caso che la sua migliore amica tra le compagne dello USWNT sia Hope Solo, l’unica calciatrice che può duellare con Lloyd in quanto a controversie – dal caso Briana Scurry ai mondiali 2007 alle certamente evitabili affermazioni sul virus zika durante i Giochi Olimpici di Rio nel 2016 – ma non è neanche un caso il fatto che abbia collezionato feud un po’ dappertutto, tanto nella sua sfera privata quanto pubblica. Nel 2015, dopo essere stata ceduta via trade da Western New York Flash a Houston, Lloyd parlò del suo ex tecnico Aaran Lines e della franchigia – che è più o meno la stessa cosa, visto che il proprietario era Joe Sahlen, la cui figlia Alexandra era non solo giocatrice delle Flash, ma anche presidentessa e moglie di Lines – in generale con toni cataclismici, affermando come, al momento di allocare le calciatrici dello USWNT alle varie franchigie NWSL, nessuna avesse inserito le Flash nella loro top 3 delle destinazioni preferite, e denunciando una mancanza di rispetto totale da parte di Lines verso lei e verso il suo staff. Ma il feud probabilmente più importante, significativo e devastante della sua carriera è stato quello con la sua famiglia, con cui i rapporti erano talmente limitati da non aver partecipato al matrimonio della sorella e al non aver saputo dell’operazione a cuore aperto del padre fino a molto dopo la sua realizzazione.

Avete presente quando poco fa vi ho detto che, secondo Lloyd, Aaran Lines aveva mancato di rispetto non solo a lei, ma al suo staff? Ecco, quello “staff” è in realtà una persona sola, ovvero James Galanis, che abbiamo già citato come il tecnico australiano che distrusse una ventunenne Carli Lloyd pronta a ritirarsi in seguito al suo ultimo anno a Rutgers e che la ricostruì in una delle calciatrici più devastanti della storia. Non si può non parlare di James Galanis se si sta parlando di Carli Lloyd, e questo sembra il momento perfetto per farlo, anche perché proprio l’australiano è stato una delle cause principali dello scontro interno alla famiglia Lloyd, e solo la conclusione del loro rapporto collaborativo nel 2020 ha permesso di firmare i trattati di pace di questo scontro fratricida durato per circa una dozzina d’anni. Galanis, il cui stile siede a metà tra il filosofeggiante, lo starebbe-bene-su-un-post-motivazionale da stereotipo del tecnico che abita certe costosissime scuole calcio americane – che può prendere una bruttissima piega come dimostrato da Paul Riley, che deve gran parte dei suoi guadagni non all’attività di allenatore professionista, ma alle scuole calcio di sua proprietà a Long Island – e l’approccio Yoda-esco di Holger Geschwindner, l’uomo che rese l’adolescente Dirk Nowitzki da Wurzburg il WunderDirk MVP della NBA, venne presentato a Carli Lloyd proprio dal padre, ma ben presto le due parti si ritrovarono ad avere divergenze su come gestire il talento di una campionessa del genere e la fama raggiunta. Nel 2008, dopo anni in cui Carli Lloyd iniziò a percepire l’impressione che i genitori volessero controllare ogni aspetto della sua vita, dalla scelta del suo agente all’abbigliamento, il padre la cacciò di casa, tagliando definitivamente i rapporti e rafforzando solamente la visione di Galanis da parte della calciatrice come un mentore e non un semplice personal trainer. Quando, in seguito al mondiale 2015, Lloyd venne premiata come migliore calciatrice del pianeta, non c’era la famiglia ad accompagnarla in Svizzera per ritirare il premio, bensì Galanis – insieme al compagno e oggi marito di Carli Lloyd, il golfista Brian Hollins. Nella stagione 2010 della WPS, l’ultima antenata della NWSL, Carli Lloyd giocò per le Atlanta Beat, e in quella stessa annata James Galanis ebbe l’unica opportunità della sua carriera di prendere il timone di una squadra professionistica. Due sinonimi più che due collaboratori, per anni avere Lloyd in squadra voleva dire andare d’accordo con Galanis, e essere consapevoli che, se anche solo la stella dello USWNT avesse avuto dubbi, si sarebbe rivolta, per le questioni sportive, al suo mentore australiano come prima cosa in assoluto. Questo almeno fino al 2020. Chiusa in casa durante la pandemia, quasi dal nulla, Lloyd ha chiuso i rapporti con Galanis e si è riconciliata con la famiglia – questo è il punto in cui vi ricordo che una persona con questa storia di litigi familiari alle sue spalle ha definito un po’ di panchina ai mondiali 2019 come “il peggior periodo della sua vita”, perché io ancora non riesco a capacitarmene. Ha invitato per la prima volta i genitori nella sua casa, e li ha avuti vicino quando è diventata la terza calciatrice nella storia del calcio sia maschile che femminile e nella storia dello USWNT a superare quota trecento presenze in nazionale. L’improvviso taglio di tutti i ponti con Galanis potrebbe lasciare adito a speculazioni. Qui si eviterà di farlo, perché qualunque sia la verità delle esperienze di Carli Lloyd, starà a lei decidere di raccontarla e renderla pubblica nei suoi termini e con le sue tempistiche. Dobbiamo accettare il fatto che in questo momento non è nelle nostre facoltà avere alcun accesso ai ragionamenti che hanno portato Lloyd in questa direzione. Potrebbe anche solo essere la lontananza della famiglia, che pure in tempi di guerra fredda non ha mai smesso di ringraziare per aver sempre creduto in lei lungo tutta la sua carriera, ad averla spinta in questa direzione. Al di là di tutto, comunque, la presenza di un personaggio come Galanis all’interno della storia di Carli Lloyd è un altro elemento, un’altra sfumatura che ci permette di raccontare una storia come non ne esistono nel calcio mondiale e nello sport americano.

In un’intervista rilasciata a Rivista Studio, Raphael Bob-Waksberg ha sintetizzato il suo libro con una frase: “Una volta che ho finito di scrivere, ho capito che stavo provando a rispondere a una domanda: ‘Vale la pena amare?’”. Nel contesto di questo articolo, questo è il punto in cui bisogna chiedersi, non come intera società, ma io come singolo elemento appassionato di calcio, se vale veramente la pena amare Carli Lloyd, se è possibile per me accordare l’amore puro e idilliaco che versiamo in direzione dei grandi atleti che ci rubano il cuore a qualcuno secondo cui l’inginocchiarsi durante l’inno di Megan Rapinoe ha rappresentato una “distrazione” per la squadra, partendo dal presupposto che nella mia visione delle cose è lo sport ad essere una distrazione, una finestra d’escapismo rispetto al mondo reale o, come affermato lo scorso anno da Sean Doolittle degli Washington Nationals, “la ricompensa per una società funzionale”. Non è che io non sia in grado di accettare la complessità sportiva e umana che si nasconde dietro Carli Lloyd e dietro i fenomeni come lei. Do per scontato che gli atleti, come le persone, siano organismi complessi. Ma c’è comunque per ciascuno di noi un limite oltre cui troppa complessità ci pare insostenibile, respingente, intollerabile. Il mondo – e i social media – sono pieni di persone che non riescono fisicamente a sostenere quella che è la complessità *dentro al campo* di un Cristiano Ronaldo, senza neanche considerare tutto ciò che di respingente ci sarebbe nelle azioni del portoghese fuori dal campo, che sono ben peggio di qualsiasi cosa Carli Lloyd abbia detto o fatto in carriera e che oltre un certo punto smettono di configurarsi come complessità e diventano materia ben più grave, figurarsi se ci si possa permettere di affrontare con facilità questa montagna che è la carriera di Carli Lloyd e che nella forma ricorda il Fitz Roy, un vertiginoso saliscendi di linee spezzate la cui ripidità cattura talmente tanto i tuoi occhi da farti quasi dimenticare esista una profondità, una terza dimensione nel massiccio che stai guardando. Comunque, anche se mi rendo conto che molto di quello che potrei aver scritto fino ad ora potrebbe far pensare ad un mio giudizio negativo, la realtà è che io mi sento di amare calcisticamente Carli Lloyd in tutta la sua gloria devastata. E nel mio ragionare verso questa conclusione ho capito che ci sono due step: il primo è rendersi conto di non odiare, o comunque, se il termine è troppo forte, di non non amare Carli Lloyd. Si tratta di analizzare ciò che Lloyd è stata fuori dal campo e constatare che, pur nell’infinito campo di dichiarazioni che non mi trovano d’accordo o che considero del tutto sbagliate, non ha mai superato un limite che, nella mia visione delle cose, è invalicabile. Il secondo, passato quello scoglio, è quello definitivo. E Carli Lloyd lo ha superato sopratutto grazie al suo unico e irripetibile talento calcistico.

Perché Carli Lloyd è stata – e mi permetto di iniziare ad utilizzare il passato prossimo anche se tecnicamente è ancora in attività – come dicevo in apertura, una calciatrice incredibilmente divertente e che sopratutto si è divertita un mondo. Ma la maniera in cui è stata divertente non è semplicemente un ragionamento quantitativo – dovunque possibile, provare ad arricchire una giocata con uno stravagante orpello assolutamente non necessario ma di abbacinante bellezza – ma più che altro una scelta di tipo qualitativo, la scelta del momento in cui essere divertente, la scelta della conclusione più inimmaginabile. Tutti questi atleti hanno un modo in cui sfogano questa loro ossessione per lo sport su un fattore esterno, principalmente sugli avversari, e ognuno di essi è diverso. Novak Djokovic vuole uccidere, per quanto sia possibile in una partita di tennis, colui che si trova davanti. Cristiano Ronaldo vuole i loro trofei, vuole alzargli la coppa in faccia. Michael Jordan voleva sentirsi dire di avere ragione e di essere più bravo. Carli Lloyd, a differenza di tutti questi giganti, vuole l’ammirazione degli avversari, vuole i loro applausi, vuole che allarghino le braccia e capiscano che non c’è più niente da fare. Ed è questo che la rende estremamente divertente come calciatrice. Non vince mai e basta. La sua ossessione si allunga fino a voler decidere come si ritroverà a vincere. Appartiene a quel gruppo di persone che rifiutano di credere che la vita accada alle persone e che sia impossibile progettarla, ed è forse questo che me la rende così interessante, visto che anche io sono incappato spesso in questo tranello, pur senza avere la forza di volontà di una campionessa del genere, oltre al fatto che vabbè, ha segnato il gol che tutt* vorrebbero segnare sul palcoscenico che tutt* vorrebbero raggiungere. Lei è disposta a correre il chilometro in più – in certe partite letteralmente, come quando ha corso seicentometri più di chiunque altro nella sfida che ha qualificato gli USA a Tokyo 2020, contro il Messico a trentotto anni – se questo le può garantire nella sua percezione quel centesimo di controllo in più sopra le sue giocate. Anche per questo ancora oggi, nelle sue ultime settimane da professionista, è fisicamente spaventosa ed è ancora dominante sotto quel punto di vista. Lo scorso anno, appena scavallati i trentanove, affermava di essere la versione più esplosiva e completa di se stessa, e probabilmente anche per questo il suo addio allo USWNT non si è limitato alla celebrativa trecentesima presenza, ma l’ha portata a essere presente ancora a Tokyo a cercare – senza riuscirci troppo, a dir la verità – di fare la differenza.

Ne “Il diario dei fatti”, uno dei racconti contenuti nella raccolta di Bob-Waksberg, siamo introdotti al personaggio di West, uno sconclusionato ventiseienne repellente all’empatia intenzionato a spendere tutta la sua vacanza in Messico insieme alla nuova famiglia del padre e alla sorellastra più piccola Heather a bere cocktail in piscina e ad evitare quanto più possibile di uscire fuori dal resort usando come scusa un piede reso malconcio dallo scontro con dei sassi portati a riva dalle onde. Crogiolandosi nella sua irrequieta solitudine che sembra considerare un assunto e non una conseguenza delle scelte che gli altri hanno imposto su di lui fin dalla più tenera età e che poi ha fatto sue, West spende la settimana a discutere un po’ con chiunque, da degli sconosciuti che lo accusano di essere rumoroso al suo stesso padre, ma più spesso con l’ancora adolescente Heather. Eppure, anche quando la sorella ha l’impressione che lui la odi vedendola come il simbolo stesso dell’abbandono paterno, colpevolizzandola di qualunque malefatta il genitore comune possa aver commesso, West ha già deciso, forse dal primo incontro, che lei non sarà l’ennesimo alla-fine-mi-lascerai-perché-tutti-lo-fanno della sua vita, che il calco creato dal loro avvicinarsi non sarà riempito da rancore. Dall’altra parte Heather ha preso la stessa decisione: Non potrà liberarsi di West quando partirà per il Boston College all’inizio dell’anno scolastico, dopo le vacanze estive, come farà con praticamente qualsiasi memoria del suo liceo. Ecco perché, quando vede che il fratellastro sta per partire, scoppia a piangere. Lei gli vuole bene. No. Perché questo è uno dei casi in cui invidio gli inglesi per avere una locuzione unica per il “voler bene” e “l’amare”. Perché Heather *ama* West. E non è semplicemente una questione di parentela. Non so esattamente cosa c’entri il mio rapporto con Carli Lloyd qua dentro. E non credo neanche di star dando un’indicazione a tutti quanti riguardo come ci dovremmo comportare nei confronti dei nostri sentimenti verso questa campionessa giunta ormai nei pressi del ritiro. Ognuno di noi si relaziona con la complessità in maniera diversa. Quello che immagino di voler dire, la ragione per cui mi è venuto in mente questo paragone, è che Carli Lloyd, come il West bobwaksbergiano, non ha alcun desiderio né sembra anche solo esplorare l’idea che possano esistere altre potenziali versioni di lei, non sembra disposta ad accettare la possibilità che fare un passo indietro possa essere necessario per migliorare le proprie relazioni con gli altri. Probabilmente questo suo essere così le ha fatto perdere molto. Avrebbe potuto ottenere più successi in una carriera già traboccante di trionfi. Avrebbe potuto semplicemente guadagnare di più in sponsor, magari raggiungere il livello di Megan Rapinoe e Alex Morgan, con ogni probabilità le due calciatrici più famose al mondo. Ma, visto che usiamo il condizionale, sarebbe tranquillamente potuto andare tutto al contrario. Esiste la possibilità che solo questa Carli Lloyd potesse diventare Carli-Lloyd-due-volte-campionessa-del-mondo-tra-le-altre-cose, che non sia mai esistita un’altro scenario in cui la nativa del New Jersey riuscisse a costruirsi una vita con il calcio. Potrebbe anche darsi che se non avesse risposto così positivamente agli stimoli anche estremi di James Galanis, semplicemente avrebbe finito per ritirarsi dopo l’ultimo semestre a Rutgers per diventare un agente dell’FBI, come le sarebbe piaciuto essere. L’unica cosa che sappiamo per certo è che una delle più grandi carriere nella storia del calcio si sta avvicinando alla conclusione, e che oggi Carli Lloyd, un’atleta che è arrivata fino a qua grazie alla sua ossessione per lo sport, è in una situazione di calma e sicurezza tale da riuscire a chiudere questo immenso capitolo della sua vita senza troppi ripensamenti e ancora relativamente vicina al massimo livello di competizione. Non prima di aver tentato l’ultimo assalto ad un grande trofeo con Gotham FC, e non prima di aver indossato per l’ultima volta la maglia dello USWNT.

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