La NWSL non è un posto sicuro per le sue atlete. E questo è un fallimento della lega

Le condizioni di lavoro nel mondo del calcio femminile sono spesso tutt’altro che ideali, e tutto questo specialmente se si tiene in considerazioni quanto ancora basse in comparazione con il mondo maschile siano le retribuzioni delle atlete. Basta chiedere alla NWSLPA, l’associazione giocatrici della massima lega professionistica statunitense, che ha recentemente lanciato la campagna #NoMoreSideHustles per chiedere una compensazione sufficiente che non costringa le atlete, come adesso, ad avere anche due o tre lavori per garantire il loro sostentamento, e che è adesso nel mezzo di trattative con la lega stessa per la stesura del primo contratto collettivo nella storia della NWSL, un traguardo fondamentale per garantire alle atlete una rappresentanza sindacale importante, che renda immediatamente più solido il futuro delle atlete. E non abbiamo ancora introdotto il tema del sessismo, che è presente in ogni angolo della nostra società, ma che rischia di essere ancora più radicato culturalmente in sport che per decenni sono stati giocati quasi solo esclusivamente da uomini e che dal lato maschile hanno visto la nascita di una cultura di spogliatoio estremamente tossica, profondamente omofoba e più in generale tendente all’esclusione del diverso. Quando le squadre femminili decidono di assumere membri dello staff o allenatori uomini, magari con neanche tutta questa esperienza nel lato femminile dello sport, è estremamente possibile che questa tossicità possa travasarsi, creando condizioni di lavoro insostenibili per molte donne, che possono anche arrivare a pensare al ritiro pur di avere la sicurezza di non dover più affrontare situazioni del genere praticando il loro sport preferito. Questo è effettivamente il caso che ha recentemente visto protagoniste le Washington Spirit nella NWSL, e che ha fatto emergere una cultura completamente marcia ben oltre le singole responsabilità dell’ex tecnico Richie Burke, pure licenziato per aver continuamente, nel corso dei suoi due anni al comando, maltrattato e insultato anche con epiteti razzisti e omofobi componenti del gruppo squadra – e ricordiamo non solo la grande quantità di atlete apertamente LGBT presenti nella franchigia, ma anche la presenza in rosa di Kumi Yokoyama, che qualche mese fa ha fatto coming out come la seconda persona transgender in NWSL dopo Quinn di OL Reign.

Ma partiamo con calma dall’inizio. Il dieci agosto Washington annuncia l’abbandono da parte di Richie Burke della panchina causa motivi di salute, anticipando un suo futuro passaggio ad un ruolo nel front-office della franchigia. Si trattava in quel momento del secondo addio nella stagione NWSL completamente slegato ai risultati sul campo e che anzi coinvolgeva un diretto protagonista nella rinascita di una squadra che fino a poco tempo prima languiva in fondo alla classifica, con l’altro esempio che è ovviamente quello di Alyse LaHue, licenziata da New Jersey / New York Gotham FC per una ancora non meglio chiarita violazione della policy anti-harassment della lega – policy per di più stilata solamente all’inizio di quest’anno. Sotto Richie Burke le Washington Spirit erano rinate, giocando un calcio offensivo e potendo contare sulla breakout season della rookie più promettente vista nella NWSL negli ultimi anni, ovvero Trinity Rodman. Sembrava finalmente l’inizio di una nuova epoca, per di più supportata dall’ingresso di una quarantina – sì, avete letto bene – di nuovi investitori, tra cui l’ex stella dello USWNT Briana Scurry e non una ma ben due ex residenti della Casa Bianca, Chelsea Clinton e Jenna Bush Hager, figlie rispettivamente dei presidenti numero quarantadue e quarantatre nella storia degli Stati Uniti. Purtroppo, ci sarebbe voluto poco tempo per venire a conoscenza di come anche l’addio di Burke fosse, al di là di quello che si configura a tutti gli effetti come un depistaggio da parte delle Spirit – il post con cui inizialmente veniva annunciato sul sito della franchigia l’addio del tecnico inglese è stato cancellato – anch’esso legato alla policy anti-harassment che era costata il posto a LaHue. Il proverbiale vaso di Pandora non ci ha messo molto a scoppiare. Il giorno immediatamente successivo al primo annuncio, appariva sul sito del Washington Post un articolo a firma di Molly Hensley-Clancy che esponeva per la prima volta a tutti la cultura tossica all’interno dello spogliatoio, gli insulti razzisti e omofobi utilizzati dal tecnico, sfruttando le testimonianze di atlete tra cui, la prima ad andare pubblicamente on-the-record, Kaiya McCullough, lasciando intendere come la stessa decisione presa dalle Spirit fosse una sorta di pezza raffazzonata messa in piedi – senza particolare successo – prima che la bomba potesse scoppiare nelle mani della franchigia. McCullough, da sempre attiva politicamente – fu tra le prime atlete collegiali ad inginocchiarsi durante l’inno statunitense, e recentemente è diventata presidentessa dell’Anti Racism Soccer Club, un movimento nato per combattere le discriminazioni razziali nel mondo del pallone – ha raccontato di aver sofferto attacchi di panico in seguito alle sfuriate del proprio tecnico, e di come neanche di fronte ad un evidente problema di salute Burke fosse disposto a fermarsi. “Quando sente l’odore del sangue, ci va giù duro”, ha detto una ex calciatrice della franchigia, confermando quanto raccontato da McCullough, che dopo aver lasciato consensualmente la franchigia nel settembre 2020 senza aver mai collezionato una presenza, ha firmato per il Wurzburger Kickers in Germania, raccogliendo due presenze prima di decidere di tornare negli Stati Uniti per iscriversi a giurisprudenza. “Mi ha fatto odiare il calcio”, ha riportato l’atleta al Washington Post, annunciando di fatto come al momento la sua carriera debba considerarsi in pausa, senza assolutamente la certezza che possa ritornare sui suoi passi. Così profondo è il solco che Richie Burke è stato in grado di scavare nelle sue atlete, tanto da convincere anche atlete che hanno accettato enormi sacrifici per inseguire il sogno del professionismo a mollare dopo neanche un anno dalla firma del loro primo contratto. E la cosa peggiore è che, con ogni probabilità, tutto questo si sarebbe potuto facilmente evitare, e qui entrano in scena i problemi strutturali della franchigia che vanno ben più in profondità di un allenatore.

Steve Baldwin, azionista al 35% della franchigia e al momento colui che ha il controllo delle day to day operations ha gestito sin dal suo ingresso in società la squadra come un Old Boys’ Club, un luogo in cui le amicizie pregresse e l’appartenenza ad un ristretto gruppo di personalità supera in valore qualsiasi qualità umana e sopratutto qualsiasi responsabilità. Lo dimostra l’assunzione, come presidente delle soccer operations nelle ultime settimane di Ben Olsen, che è un nome sì fondamentale nella scena calcistica capitolina – ventidue anni quasi consecutivi a DC United tra campo e panchina – ma che ha anche zero esperienza nel mondo del calcio femminile e non ne ha nascosto l’ignoranza nella sua prima intervista nel ruolo rilasciata a The Athletic. Il caso Olsen è dimostrazione evidente di come non ci sia necessariamente un processo rigido e corretto per le assunzioni, ma l’ex tecnico di DC United è comunque un personaggio che non ha particolari controversie alle spalle. I dubbi sulla sua assunzione sono esclusivamente di tipo sportivo, simili a quelli che, ad esempio, hanno accompagnato l’assunzione di Phil Neville come allenatore di Inter Miami. Il caso Burke è molto diverso e dimostra quanto poco sia affidabile Steve Baldwin come proprietario della franchigia e perché nelle ultime ore non solo i gruppi organizzati del tifo Spirit, ma anche tifoserie in giro per la NWSL e la MLS – oltre che i proprietari di DC United, e potenziali compratori delle Spirit, Steve Kaplan e Jason Levien – stiano chiedendo a gran voce la cessione della squadra, perché tutte le red flag, tutti i segnali che facevano presagire questo tipo di comportamenti da parte del tecnico, c’erano già, ed erano belle grosse, lì, alla vista di chiunque lo volesse. Molte credibili accuse di abuso verbale da parte di Burke su alcuni giovani calciatori risalgono sia al suo tempo nel settore giovanile di FC Virginia sia ai tempi in cui era collaboratore del settore giovanile di DC United – con cui non è mai stato sotto contratto, come ci tiene a specificare la franchigia – quando allenava la loro squadra under 23 nella USL League Two, di fatto una lega semi-professionistica con poche se non alcuna connessione ormai con la pipeline del settore giovanile verso la MLS. C’erano accuse molto credibili e testimonianze provenienti da più parti che andavano a provare come Burke non fosse semplicemente una persona adatta a gestire uno spogliatoio, oltre a non essere un candidato con un curriculum così eccezionale. Tutto questo si sarebbe potuto evitare, e senza che l’indagine messa in piedi dalla NWSL sui comportamenti di Burke ritornasse un esito che ha confermato in pieno le accuse mosse da McCullough e da altre calciatrici. Ma se c’è qualcosa che questa debacle completa ha dimostrato è che la proprietà, o meglio Steve Baldwin e il front office da lui nominato, in primis il CEO Larry Best, non è in grado di attuare alcun comportamento che non sia la protezione di se stessa, non sa come difendersi se non screditando tutto ciò che è fuori dalla loro torre d’avorio. In questo momento, all’interno della franchigia, è in atto una sorta di battaglia per il controllo tra Baldwin e un’altra proprietaria al 35%, Michele Kang, che recentemente è stata al centro di un presunto scoop del conduttore radiofonico locale Chris Russell, secondo cui proprio una festa organizzata da Kang sarebbe da considerarsi come causa del focolaio di Covid-19 che ha colpito la franchigia e che ha costretto a spostare l’incontro con le Portland Thorns ad inizio settembre. Secondo il report di Russell, il tema della festa sarebbe stata la realizzazione di ravioli cinesi. Viste le origini asiatiche di Kang, viene difficile non pensare che la lingua lunga dietro al report possa essere uno dei membri dell’Old Boys’ Club che ha in mano la franchigia e descritto da un altro articolo per il Washington Post di Molly Hensley-Clancy, magari proprio quel Larry Best che stando alla testimonianza di più di una donna avrebbe avuto modo di riferirsi ad una giovane calciatrice del settore giovanile come JG, acronimo che sta per “ragazzina giapponese”, e che aveva affibbiato ad un’altra calciatrice il soprannome di “Dumb Broad”, che secondo la definizione più gentile offerta dagli utenti di Urban Dictionary vuol dire “una ragazza che crede di sapere tutto ma che in realtà conosce niente o quasi”.

Durante la sua intervista introduttiva come presidente delle soccer operations per le Spirit, Ben Olsen ha chiesto pazienza e ha chiesto alla tifoseria di fidarsi di lui. Non ho particolari ragioni per dubitare della genuinità della richiesta di Olsen, e sinceramente, se dipendesse tutto ed esclusivamente da lui, se fossi all’oscuro di tutto ciò che è venuto prima e di chi è responsabile della sua assunzione – cosa su cui ovviamente Olsen stesso ha poco controllo – sarei anche disposto a concedergliela. Come già detto, l’ex tecnico di DC United ha un curriculum lunghissimo e praticamente immacolato. Non ci sarebbe ragione per non credere che lui non possa migliorare le cose sotto l’aspetto della cultura – magari sul lato tecnico qualche dubbio in più ci sarebbe, ma credo qualunque tifoso Spirit al momento pagherebbe per avere uno scarso dirigente ma una brava persona alla guida della squadra – ma il punto è che non è possibile limitare il nostro sguardo solo a lui. Non si può far finta che il resto non sia mai avvenuto. Non possiamo cancellare le responsabilità che l’intero ambiente ha avuto nel permettere a Burke di comportarsi in quella maniera e pensare che con il suo addio da solo le cose possano risolversi. Per il bene della franchigia, per il bene della lega ma sopratutto per il bene delle atlete, e non solo quelle sotto contratto con Washington, tutto questo non può continuare. Perché queste cose possono succedere dappertutto, e se il front office capitolino non pagasse le conseguenze delle sue azioni sarebbe come dare un via libera a chi, in altre parti della lega, potrebbe pensare di comportarsi così. Nessuna lega può permettersi di soprassedere su abusi così evidenti e conclamati verso la propria forza lavoro, ma a maggior ragione non può farlo una lega come la NWSL che, per precisa scelta politica o per interesse commerciale – questo purtroppo non possiamo saperlo – vuole porsi come modello per lo sport femminile del futuro e vuole sfasciare il soffitto di cristallo che in tutti questi anni ha limitato le atlete professioniste. Perché quello che è uscito da Washington in questi mesi è praticamente un trattato architettonico sul come costruirlo in primo luogo, questo soffitto di cristallo.

Questa, almeno fino a qualche minuto fa, doveva essere la fine di questo articolo. Mi stavo preparando a pubblicarlo, questo prima però che la realtà ancora una volta dimostrasse di andare troppo veloce per la lentezza del mio resocontarla. The Athletic ha pubblicato un articolo di Meg Linehan – con la partecipazione di Katie Strang – che racconta con dovizia di particolari i comportamenti predatori, i soprusi psicologici e anche la coercizione sessuale di cui si sarebbe reso protagonista nel corso della sua carriera Paul Riley, oggi allenatore delle North Carolina Courage e uno dei volti più noti nel mondo del soccer femminile, specialmente nei confronti di due sue calciatrici, Sinead Farrelly – con lui in WPS a Philadelphia e poi in NWSL a Portland – e Meleana Shim – anche lei ex Thorns, ma che sopratutto dettaglia come la lega sia stata assolutamente incapace di agire in tempo per risolvere la situazione e come si sia rifiutata di intervenire retroattivamente anche quando, nello scorso mese di marzo, in seguito alla pressione di molte calciatrici tra cui Alex Morgan – che aveva aiutato Shim e Farrelly nel presentare un reclamo al front office delle Thorns all’epoca dei fatti – ha reso pubblica la sua Anti-Harassment Policy che ha già, come abbiamo visto, avuto modo di intervenire in questi pochi mesi. Farrelly racconta come si sia sentita costretta da Riley ad avere più di un rapporto sessuale con lui, in un caso anche insieme ad un’altra compagna di squadra, e come i suoi comportamenti l’avessero lasciata desiderosa di ottenere sempre la sua approvazione, tanto da arrivare addirittura a rifiutare una convocazione per l’ultimo camp dello USWNT prima del mondiale tedesco del 2011 dopo che, in seguito alla sua prima partecipazione al ritiro della nazionale, Riley si era detto deluso da Farrelly per essere andata a farsi allenare da qualcuno che non era lui. In una serata di luglio 2014, durante un incontro della NWSL contro le Chicago Red Stars, Farrelly collassò a terra. Poco dopo, senza particolari segni di infortuni o di problemi cardiaci, si rialzò uscendo dal campo sulle proprie gambe. Non avrebbe più giocato un minuto per il resto della stagione, l’anno dopo sarebbe stata ceduta via trade alle Boston Breakers, dove non ebbe mai modo di giocare prima del suo ritiro dal calcio giocato a ventisette anni. “Mi hanno detto che soffrivo di emicrania, e non c’erano particolari problemi medici. Realizzo adesso che non stavo bene. Non potevo funzionare sotto di lui. Non potevo più giocare a calcio”, ha detto l’ex centrocampista a The Athletic. Il rapporto di Shim con Riley non è stato molto differente. Shim ha contattato per la prima volta il tecnico dopo essere stata scelta nell’expansion draft 2015 da Houston, chiedendo all’allenatore se potesse fare in modo di riportarla a Portland via trade così da non dover effettuare un cambiamento così significativo nella sua vita proprio quando stava iniziando a mettere le radici in Oregon. Riley avrebbe, come affermato da Shim nella storia, “uno schema ricorrente” nella scelta delle sue vittime. Tra di loro non ci sarebbero grandi stelle come quelle che ha potuto allenare a Portland, le Christine Sinclair e le Tobin Heath di questo pianeta, che non devono la sua carriera a lui, ma cercherebbe di sfruttare quello che certe atlete potrebbero percepire come un debito nei suoi confronti, così da avere una leva psicologica da utilizzare nei loro confronti, per ottenere anche rapporti sessuali ma principalmente per il piacere di sentirsi in controllo. Una ex calciatrice rimasta anonima nel pezzo ha affermato che le sue credenziali, tra cui molti trofei sul campo e anche una notevole ricchezza acquisita grazie ad una scuola calcio giovanile, lo rendevano nei confronti delle proprie atlete “come un dio”. E nella richiesta di Shim, Riley avrebbe trovato quel debito capace di farle desiderare il consenso del suo allenatore. Una volta, rientrata in casa di Riley insieme a Farrelly, il tecnico avrebbe richiesto alle sue due calciatrici di baciarsi, promettendo loro che se avessero soddisfatto il suo desiderio il giorno dopo non avrebbe sottoposto l’intera squadra all’esercizio meglio noto come “suicidio”, dove si corre su e giù per il campo più volte e ad un ritmo indiavolato. Il tecnico avrebbe inviato a Shim anche messaggi a sfondo sessuale, inclusa una foto di lui in abbigliamento intimo, spingendo poi la stessa Shim ad eliminarli dal proprio cloud, rendendoli irrecuperabili quando poi la stessa atleta provò a recuperarli per avere prove dei comportamenti inappropriati del suo tecnico. Tra le accuse riportate da Shim ci sarebbe anche l’invito da parte di Riley a partecipare ad una sessione video nella sua stanza d’albergo, con Shim che, una volta entrata in camera, avrebbe notato il suo allenatore completamente nudo se non per le mutande.

Questi sono solo alcuni dei presunti comportamenti riportati nell’articolo. Non li inserirò tutti in parte perché credo che il pezzo originale vada letto considerato l’enorme lavoro di raccolta dati che ci sta dietro, in parte perché, anche qui, il focus non è semplicemente sulle azioni del singolo individuo, ma piuttosto su come l’ambiente intero del soccer e in particolare la NWSL abbiano fallito completamente nel proteggere le proprie atlete. Il titolo dell’articolo di Linehan parla di “fallimento delle istituzioni”, mentre in chiusura del pezzo Farrelly dice di aver imparato un termine da questa vicenda, ovvero “institutional betrayal”, definito dalla psicologa Jennifer Freyd come “gli errori commessi da un’istituzione nei confronti delle persone che da quella istituzione dipendono, incluso il fallimento di prevenire o di rispondere correttamente agli errori commessi da un singolo nei confronti di un individuo all’interno dei confini dell’istituzione stessa”. Non potrebbero essere più chiare le enormi responsabilità che la NWSL – e anche la USSF, che, pur magari non sotto l’attuale direzione, fino allo scorso anno contribuiva a gestire da vicino le operazioni della lega in una partnership terminata solo all’inizio di questa stagione – nell’aver continuato a permettere tutto questo, girando la testa dall’altra parte pur essendo perfettamente consapevole di questi comportamenti. Abbiamo già detto delle credibilissime accuse presentate a Burke prima della sua assunzione alle Spirit, ma dobbiamo ricordare come verso la fine della stagione 2015 Meleana Shim abbia inviato una mail al proprietario delle Thorns – e dei Timbers – Merritt Paulson, al GM della franchigia Gavin Wilkinson, a Riley stesso e all’allora commissioner Jeff Plush dettagliando nello specifico tutti i comportamenti del tecnico. Un’investigazione fu lanciata, e il contratto di Riley non venne rinnovato proprio sulla base dei risultati di quell’indagine, stando a quanto affermato da Paulson, ma nessuno in casa Thorns ritenne di discutere pubblicamente la questione e pochi mesi dopo, pur con la lega perfettamente a conoscenza delle accuse di Shim e dei risultati dell’indagine a Portland, Riley si ritrovò di nuovo con un lavoro, prima alle Western New York Flash con cui vinse la NWSL 2016 e poi, causa rilocazione della franchigia, alle North Carolina Courage, con cui ha continuato a raccogliere trofei. Messa di fronte alla scelta di proteggere le proprie atlete o la reputazione di un suo allenatore, la lega ha scelto la seconda, lasciando da parte la questione, sotterrandola sotto un tappeto e facendo finta che fosse una storia chiusa. Quando, come testimoniato su Twitter da Alex Morgan, che ha ritirato fuori un paio di mail di qualche mese fa, Shim ha scritto alla commissioner Lisa Baird, in carica dal marzo 2020, riferendo anche a lei la sua esperienza con Riley vista la pubblicazione della anti-harassment policy stipulata dalla lega, la commissioner ha risposto con poche righe, affermando che l’indagine del 2015 era “giunta a conclusione” e di non poter “condividere altri dettagli sull’argomento”, tutto questo poco prima di rassicurarla sulla volontà della lega di rendere “tutti i processi della nostra lega, nei nostri club e con le autorità esterne […] trasparenti”, affermazione che chiaramente contraddice il resto del messaggio che va a concludere.

All’interno di una nazione e di una società che si dice democratica e libera, laddove la giustizia o comunque l’opinione pubblica può realisticamente essere considerata al di fuori di influenze autoritarie, nei luoghi in cui teoricamente non esistono intoccabili, è nei migliori interessi di qualunque personalità pubblica che possa essere stata accusata di qualcosa andare fino in fondo alla questione per dimostrare la propria innocenza. Se non hai ragione di temere che il tuo caso possa essere deragliato perché inviso a coloro che detengono il potere, allora non esiste miglior modo per provare la tua innocenza che attendere la conclusione delle indagini e fare in modo che queste siano il più trasparenti possibili. Paul Riley, che in una mail a The Athletic ha definito “piena di bugie” la storia di Meg Linehan, dovrebbe spingere perché questa questione venga analizzata fino allo sfinimento, così che queste bugie possano diventare tali per tutte. Eppure non è mai stata questa la gestione del caso da parte della NWSL e di Riley stesso. Tutto quanto è rimasto sotto il tappeto per anni e adesso che del buon giornalismo lo ha riportato a galla, c’è stata la corsa a definirsi “scioccati e disgustati” dalla “scoperta” di queste accuse. Lo ha fatto Lisa Baird, che, come dimostrato da Alex Morgan, non poteva non sapere almeno tangenzialmente delle accuse. Lo ha fatto Portland, lo ha fatto la USSF, che intanto a rescisso il patentino di allenatore – del livello più alto raggiungibile – di Riley, lo ha fatto North Carolina, che ha immediatamente licenziato il suo tecnico. Ma il danno è stato fatto. Tutta la leadership della lega, ad ogni livello, ha mancato quello che dovrebbe essere il suo principale compito, proteggere le proprie atlete, e, come con la USSF dopo la questione Equal Pay, ci vorranno anni per provare a riattaccare il legame che questa vicenda ha spezzato. Come detto in un thread da Ian Fleming, General Manager di Orlando Pride – prima che ci si possa confondere con l’altro Ian Fleming – “quando si è in una posizione di potere, delle persone dipendono da te. Devono essere in grado di fidarsi di te perché la loro sicurezza lavorativa, quella finanziaria o qualsiasi aspetto della loro vita dipendono da te. I mezzi di sopravvivenza di queste persone sono in gioco. Rompere quelle barriere è psicologicamente dannoso”. Non sono stati solo Richie Burke e Paul Riley a distruggere mentalmente e a portare in certi casi fino al ritiro Kaiya McCullough, Sinead Farrelly, Meleana Shim, tutte le calciatrici rimaste anonime e tutte quelle che ancora non hanno denunciato, ma è stato fondamentale il silenzio e la connivenza di coloro che hanno reso, agli occhi di queste atlete, le loro sofferenze e gli abusi subiti inevitabili. Queste continue rivelazioni, proprio mentre teoricamente la lega e la NWSLPA sono nel mezzo delle trattative per la firma del primo contratto collettivo nella storia della lega, rendono veramente difficile pensare che la NWSL, questa NWSL, possa realisticamente offrire alle atlete le migliori condizioni lavorative per permettere loro di rendere lo spettacolo sul campo il migliore al mondo, come da ambizioni della lega stessa. Come domandato da Meghan Klingenberg, “perché il fardello della sopravvivenza del calcio femminile è sempre posto sulle spalle delle calciatrici?” I recenti casi usciti nel recinto del pubblico discorso hanno disegnato una linea dopo cui la lega, come ricorda anche dalla campionessa del mondo 2015, non potrà più essere come prima. Il cambiamento è diventato una necessità. Non può più essere rimandato. E la responsabilità di questo cambiamento deve ricadere sulle spalle della NWSL, della sua dirigenza e delle sue franchigie.

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