Come Daniel Salloi è diventato un potenziale candidato a MVP

Pochi potrebbero esserne a conoscenza, ma un momento e un luogo fondamentali per quella che è la corsa all’MVP della MLS in questo 2021 vanno ricercati nella stagione calcistica 1989/1990 in quel di Gyor, poco più di centotrentamila abitanti nel nordovest dell’Ungheria. Lo so che sembra assurdo, ma seguitemi per un attimo.

Quell’anno nella squadra locale, i biancoverdi del Gyori ETO, quattro volte campioni d’Ungheria incluse due volte consecutive all’inizio di quel decennio, erano presenti due calciatori che avrebbero poi stretto una grande amicizia anche fuori dal campo. Entrambi di nome facevano Istvan, erano praticamente coetanei ed entrambi ebbero una carriera più che decennale incluse alcune avventure all’estero e qualche presenza con la nazionale magiara, per poi passare entrambi in panchina, con alterni successi. Istvan Salloi, quello di maggiore successo in nazionale tra i due, con tredici presenze, nonché il più anziano dei due di un anno – classe 1966 – ebbe molto successo nel campionato israeliano con il Beitar Gerusalemme e come allenatore ha guidato per due volte l’Ujpest, pur essendo adesso da dieci anni sulla panchina del Kecskemeti, nella terza divisione nazionale. Istvan Urbanyi, il più giovane – classe 1967 – ha anche lui allenato l’Ujpest – venendo sostituito nel 2008 proprio da Salloi – ma soprattutto ha una carriera che come allenatore lo ha portato a guidare due volte le Maldive e sopratutto lo ha legato agli Stati Uniti – dove aveva giocato con i San José Clash agli albori della MLS nel 1997 – e più in particolare allo stato del Kansas.

Nel Midwest infatti Urbanyi è prima arrivato come allenatore nel settore giovanile di Sporting Kansas City tra il 2014 e il 2016, per poi diventare assistente all’università di Missouri-Kansas City nel 2017 e poi, nell’anno successivo, tecnico della formazione amatoriale di Kaw Valley FC, che si allena nel centro di allenamento di SKC e che divide le sue partite casalinghe tra Lawrence, Kansas, e Topeka, Kansas. Lo stretto legame di Urbanyi con il Kansas potrebbe anche in questo caso avere a che fare con quella stagione del Gyori ETO, perché in quella squadra giocava anche – nove presenze prima di passare al Volendam nei Paesi Bassi – un ragazzo americano, coetaneo dei due Istvan – classe 1966 – un massiccio difensore uscito da Rutgers di nome Peter Vermes.

Se seguite questa pagina, dovreste capire il collegamento: Vermes è l’allenatore più longevo della MLS e dal 2009 siede proprio sulla panchina di Sporting Kansas City, la franchigia per cui ha lavorato Urbanyi nella sua prima avventura statunitense e a cui poi è sempre rimasto legato. Proprio nel suo biennio come allenatore delle giovanili a SKC, Urbanyi ebbe modo di lavorare con un suo giovanissimo connazionale, che era arrivato negli Stati Uniti come foreign exchange student alla Blue Valley Northwest High School di Overland Park. Curiosamente, il ragazzo, allora diciottenne, prima di sbarcare negli Stati Uniti era cresciuto nel vivaio dell’Ujpest, e curiosamente di cognome faceva proprio Salloi. Togliamo pure il curiosamente, perché questa non è una coincidenza.

Il giovane Salloi, che di nome fa Daniel, è proprio il figlio di Istvan, ex compagno tanto di Urbanyi quanto di Vermes al Gyori ETO, e questa stagione, la quinta sotto la guida di Peter Vermes a Sporting Kansas City, ha impresso una decisa svolta alla sua carriera. Lo scorso due settembre, subentrando a Adam Sallai nella sconfitta contro l’Inghilterra, Salloi ha esordito con la nazionale maggiore ungherese, tutto questo nel mezzo di una stagione in cui ha ottenuto la sua prima convocazione come All Star e in cui, un po’ a sorpresa, è arrivato ad inserirsi nella corsa per il titolo di MVP.

Sia chiaro, non che Salloi fosse un signor nessuno fino allo scorso anno – per quanto la stagione 2020 sia stata la più dura per lui, costellata di infortuni e con solo nove presenze, annata che magari potrebbe garantirgli il premio di Comeback Of The Year – ma semplicemente non aveva mai dato l’impressione di poter essere un giocatore in grado di fare la differenza per una squadra in grado di lottare per la testa di una Conference, e non era una questione necessariamente solo di prestazioni o qualità, ma forse prima ancora di tutto una questione di soldi, di stipendio e dunque di status.

Ovviamente, il riferimento è al fatto che Daniel Salloi non abbia un contratto da Designated Player. In una lega con un salary cap abbastanza risicato – nonostante la continua crescita in investimenti – le tre carte esci-gratis-di-prigione che permettono di acquistare un giocatore per qualsiasi cifra e di pagargli qualsiasi stipendio sono un’arma fondamentale per le franchigie ed è logico aspettarsi che chi arrivi con quel contratto possa potenzialmente cambiare quasi da solo la traiettoria della squadra. Per questa ragione, è normale che la maggior parte dei DP siano attaccanti, che la quasi totalità dei migliori giocatori della lega siano DP e di conseguenza, visto che nello sport americano il titolo di MVP è – in qualunque lega – un titolo al miglior attaccante, coloro che arrivano sempre a giocarsi il titolo di miglior giocatore della stagione. Dall’arrivo di David Beckham nella lega – e dunque dall’introduzione della regola – nel 2007, il titolo di MVP è sempre finito nelle mani di coloro unanimemente riconosciuti come i migliori giocatori della lega, come i volti della MLS. Guillermo Barros Schelotto, Landon Donovan, più recentemente Carlos Vela e Josef Martinez.

Tutti questi nomi rappresentano l’elite, non solo salariale, della lega. L’unica eccezione, potenzialmente, è quella di Mike Magee nella stagione 2013. Ai Galaxy il prodotto della IMG Soccer Academy era riconosciuto come un fondamentale role player spesso decisivo nei playoff, ma era abbastanza indietro nella lista di stelle della franchigia più nota e all’epoca più forte della lega. Addirittura ad inizio della sua stagione da MVP fu oggetto di una trade – circostanza che non accade praticamente mai per i DP – che lo portò a Chicago, con cui poi fece immediatamente il salto di qualità che gli permise di strappare il premio a Robbie Keane e a Marco Di Vaio. Per il resto il titolo è sempre finito nelle mani di un Designated Player e in tempi recenti l’unico altro potenziale contender per il titolo è stato Jordan Morris lo scorso anno, e comunque stiamo parlando con ogni probabilità del non Designated Player più discusso, chiacchierato e riconoscibile forse nella storia della MLS da quando la regola è stata istituita, visto il suo esordio – con gol – nello USMNT quando ancora giocava al college.

Insomma, già solo il fatto che Daniel Salloi, venticinque anni, con un contratto da Homegrown Player che gli garantisce poco più di quattrocentomila dollari all’anno, sia un realistico candidato al titolo di MVP basterebbe per definire la straordinarietà della sua stagione, ma direi che è il caso di approfondire l’argomento, anche perché attraverso l’annata di Salloi – che per ora ha totalizzato dodici gol in diciotto presenze ed è il secondo miglior marcatore della lega dietro a Raul Ruidiaz – si può provare a capire quanto speciale sia questa nuova iterazione dello Sporting Kansas City di Peter Vermes, che ormai potremmo quasi dire essere arrivata alla versione 12.0. In campo, Kansas City preferisce solitamente schierarsi con un 4-3-3, e proprio la presenza di Salloi – o ancora meglio la sua convivenza con Alan Pulido, che occupa sempre la posizione di centravanti – è uno degli elementi fondamentali che spingono Vermes a preferire questo schieramento – e non è un caso che, in contumacia Salloi come nella partita contro Minnesota United, Vermes abbia preferito un 4-1-4-1 con Shelton e Russell, che di solito si alternano sulla fascia destra, abbassati sulla linea dei centrocampisti. Il tridente della franchigia ha come punti fermi il già citato Pulido al centro e Daniel Salloi sempre nella posizione di ala sinistra, ma pur partendo da una posizione teoricamente più lontana dalla porta è proprio l’ungherese il principale pericolo offensivo della squadra, anche sfruttando la particolarità del centravanti messicano. Un esempio purissimo di punta completa, Pulido ama giocare spalle alla porta e spesso ama combinare con Salloi, che giocando a piede invertito non sta mai troppo largo e anzi è pronto ad inserirsi. Basta vedere il gol segnato dal neo nazionale magiaro contro Vancouver. Certo, non si tratta di una vera e propria combinazione perché il passaggio arriva involontariamente dal piede di un difensore, ma il linguaggio del corpo di Pulido ci dice chiaramente che era sua intenzione completare il triangolo, quindi la consideriamo come una giocata indicativa del rapporto tra i due. Le combinazioni tra i due sono particolarmente interessanti perché, almeno in una fase iniziale della stagione, Alan Pulido era stato assente dalla squadra causa infortunio, e in quella prima fase della regular season Salloi era stato in grado di prendersi in mano la squadra, ma da quando il centravanti messicano è ritornato il compagno di squadra ungherese non ha abbassato il ritmo e la qualità delle sue prestazioni, lasciando cadere i dubbi sul fatto che potesse essere qualcosa di più che “semplicemente” colui in grado di tenere in piedi la baracca in assenza della stella della franchigia.

E in effetti a questo punto i dati sono troppo consistenti e il sample size troppo ampio per considerare quella di Salloi solo una striscia incredibilmente positiva. Con ben più di metà stagione regolare alle spalle Daniel Salloi è primo in MLS per gol+assist, avendo partecipato a diciotto marcature, dodici reti e sei assist. In questa classifica, ad oggi, precede due altri potenziali candidati al titolo di MVP, il super favorito – anche del sottoscritto – Carles Gil, che ha partecipato a diciassette reti ma con uno sconvolgente dato di QUINDICI assist nella squadra più forte di questa regular season e Valentin Castellanos, che recentemente ha preso fuoco e che si ferma anche lui a una marcatura di distanza dal giocatore di Sporting Kansas City pur con un pari numero di assist. Per quel che riguarda il tipo di marcature, Salloi è al momento quinto in MLS per Expected Goals, e il suo dato di 8.73 lo rende il secondo overperformer nella top 10 per xG della lega, con una differenza di 3.27 e appena dietro a Gustavo Bou, che invece siede a quota 3.87 con un totale di xG di poco inferiore all’ungherese ma lo stesso numero di gol. Il dato potrebbe spiegare come la stagione di Salloi potrebbe non essere sostenibile sul lungo periodo, ma esiste anche un’altra potenziale ipotesi che possa spiegare questo dato. In effetti, anche vista la posizione in campo e lo stile di gioco, Salloi è un giocatore che cerca spesso una soluzione relativamente complicata, e non a caso anche quest’anno lo si è visto segnare più di una volta con tiri ad effetto dal limite dell’area o da angolazioni complesse. Utilizzando i goals added (g+) di American Soccer Analysis – verrebbe quasi da dire una statistica che cerca di ridurre tutti i contributi di un giocatore in un singolo numero, tipo il PER nella NBA – Daniel Salloi è tredicesimo in tutta la MLS con un dato di 1.67 g+ per 96 minuti, e il suo contributo, come si può vedere, è quello di un attaccante vero e proprio. L’ungherese è quinto nella lega per g+ come ricevitore – 1.13 per 96 – in una classifica di categoria dominata da centravanti puri come Buksa e Castellanos, ed è secondo dietro al centravanti di NYCFC per g+ in situazione di tiro – 0.79 per 96. In effetti, il suo stile di gioco è quello di chi viene spesso schierato in posizione più centrale, tant’è che è tra i primi in MLS per tocchi nell’area di rigore avversaria ogni novanta minuti, pur non essendo un tiratore dal volume così estremamente significativo considerando che parliamo del potenziale capocannoniere della lega.

C’è poi un altro dato che ci racconta dell’impatto non solo tecnico ma anche emotivo che Daniel Salloi ha in questa squadra, ora che a venticinque anni si può legittimamente dire abbia raggiunto la maturità atletica, ovvero il fatto che nessuno come lui in questa MLS abbia segnato così tanti game-winners in questa stagione. Salloi ha infatti raccolto cinque reti che poi si sono rivelate come quelle decisive per la vittoria della propria squadra, andando a indicare anche quanto sia capace e intenzionato a prendersi le responsabilità della creazione offensiva sulle proprie spalle nei momenti più critici. Basti vedere il gol segnato lo scorso giugno nella vittoria contro Los Angeles FC. All’ottantaseiesimo minuto di un incontro tirato, con Kansas City in attacco e la squadra di Bob Bradley alla difesa strenua del pareggio, Salloi riceve il pallone con sì nessun difensore a coprirgli la visuale ma anche con un’angolazione molto difficile da cui provare il tiro. In un momento importante, Salloi opta per l’opzione più complessa e più carica di responsabilità. potrebbe provare a cercare una deviazione in porta con un pallone calibrato in mezzo, oppure provare ad ingannare il movimento della difesa toccando il pallone all’indietro, da dove era venuto, nella speranza di offrire un angolo di tiro migliore al compagno, e invece va per l’angolo più lontano. Lo spazio e il tempo in cui inserire quel tiro è minimo, ma Salloi ci riesce. E in effetti sta proprio in questa crescita di leadership il segreto della stagione speciale dell’ungherese e la ragione per cui è realisticamente un potenziale candidato per il titolo di MVP. Non è la prima volta che va in doppia cifra di reti in una stagione – ci era riuscito anche nel 2018, anche se in quel caso per arrivare a quota tredici gol erano state necessari anche i playoff e la US Open Cup, mentre qua ci limitiamo alla regular season, neanche ancora completa – ma è la prima volta che si ritrova ad avere un certo tipo di responsabilità creativa in una squadra che lotta per le posizioni più alte della lega, anche perché, avendo Kansas City solamente due Designated Player, per certi versi è come se gli venisse chiesto di essere un DP senza averne lo stipendio, e l’ungherese ha risposto in maniera eccezionale, e non è assurdo immaginare che da qui a poco possa effettivamente arrivare a meritarsi un contratto di questo tipo, se non addirittura un trasferimento in Europa. E, almeno stando a sentire il suo tecnico Peter Vermes, potrebbero ancora esserci significativi margini di crescita per il venticinquenne ungherese. Intervistato lo scorso maggio da una radio locale, l’ex compagno di squadra del padre di Salloi ha raccontato una conversazione avuta con il suo giocatore: “Credo ti stia mettendo ancora addosso un po’ di fretta perché pensi troppo. I calciatori sbagliano occasioni tutto il tempo, devi passare oltre immediatamente e la prossima volta che hai un’occasione devi prenderla in una maniera che sia confortevole per te, non nella maniera in cui gli altri vorrebbero che la prendessi”.

Daniel Salloi è l’MVP della MLS 2021? Probabilmente no. Nel senso che difficilmente riuscirà a uscire vincitore dalla votazione finale, ma anche nel senso che personalmente non ritengo sia il candidato che scriverei sulla mia scheda avessi a disposizione un voto. Quello, ad oggi, sarebbe Carles Gil, secondo la mia modesta opinione. Ma questo articolo non nasce per convincervi che l’attaccante di Sporting Kansas City sia il miglior giocatore della stagione. Il punto è che, chiunque sia il vostro personale MVP della stagione, è impossibile non far rientrare Salloi all’interno del vostro terzetto o della vostra cinquina di potenziali candidati. Lo dicono i gol e gli assist, i numeri che permettono una più semplice ma non per questo meno corretta analisi della stagione di un giocatore offensivo, ma lo dicono anche le statistiche avanzate. E non solo, lo dice anche l’eye test, lo dicono le impressioni, le analisi meno oggettive possibili e maggiormente influenzate dalle sensazioni. Dovesse continuare così la stagione fino a novembre, arrivati al momento decisivo Daniel Salloi dovrebbe meritarsi quantomeno un 20% dei voti che assegneranno il titolo, perché sarebbe praticamente impossibile trovare in tutta la lega tre giocatori – ovviamente ci limitiamo all’attacco, e il perché lo abbiamo già spiegato: volente o nolente, l’MVP è un titolo per il miglior giocatore offensivo – con una stagione migliore della sua. E già questa è una scommessa che fino a qualche mese fa non so quante persone al di fuori del centro d’allenamento di SKC sarebbero state disposte a fare.

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