Istantanee dall’Historic Crew Stadium

Guardare con gli occhi di uno spettatore italiano la lista degli stadi MLS specifici per il calcio ordinati per anno di costruzione fa abbastanza impressione. Dei venti stadi costruiti appositamente per il calcio presenti in MLS, diciannove sono stati costruiti in questo millennio e più della metà nel corso degli ultimi dieci anni.

L’unico più vecchio, il Providence Park di Portland, è sì datato 1926, ma da quando i Timbers sono arrivati in MLS è stato protagonista di significative ristrutturazioni per renderlo soccer-specific – storicamente infatti il terreno era utilizzato anche per il baseball – l’ultima delle quali datata 2019, e di fatto lo si può considerare quasi come una nuova costruzione.

La tradizione degli stadi soccer-specific è infatti assolutamente recente e si è fatta largo solamente con la stabilizzazione da parte della MLS e poi anche degli altri livelli del calcio professionistico maschile e femminile, come la USL e la NWSL. Questa tradizione però ha avuto inizio in uno stadio che, da questa settimana, non appare più all’interno della lista delle arene MLS soccer specific. Si è giocata infatti nel weekend l’ultima partita nella storia dell’Historic Crew Stadium, aka Mapfre Stadium per ragioni di sponsorizzazione tra il 2015 e il 2020, partita vinta dai padroni di casa per 2-0 contro i Chicago Fire, che ha concluso così la più che ventennale avventura di un edificio che a tutti gli effetti ha rappresentato la storia dello sport negli Stati Uniti.

Costruito nel 1999, l’Historic Crew Stadium è il frutto della volontà di Lamar Hunt, un personaggio unico nella storia dello sport americano e cruciale nello sviluppo del soccer. In grado di entrare nella Hall Of Fame di tre sport diversi – oltre al calcio anche il football americano, come fondatore della franchigia di Kansas City ancora di proprietà della famiglia Hunt, e il tennis – nonché personaggio alla cui memoria è dedicata, in seguito alla sua scomparsa nel 2006, la US Open Cup, la più longeva competizione calcistica statunitense, Lamar Hunt investì pesantemente nella MLS nel momento in cui nessuno sembrava crederci – nel 2002, con la lega sull’orlo della chiusura, le dieci franchigie erano tutte divise tra tre proprietari, lui, con Dallas Burn, Kansas City Wizards e appunto Columbus Crew, Phil Anschutz e Bob Kraft – riconoscendo per primo come l’avere uno stadio di proprietà dedicato unicamente al calcio avrebbe portato enormi benefici alla franchigia e all’intera lega.

Con il trasferimento previsto tra due settimane nella downtown cittadina all’interno del nuovissimo Lower.com Field – il terzo stadio aperto in questo 2021 in MLS dopo quelli di Cincinnati e Austin – inizierà dunque una nuova era per i Columbus Crew, un’era che, guardando indietro alle ambizioni mostrate recentemente dalla franchigia, potrebbe rendere i Crew una delle società più iconiche e importanti della lega, alla pari con mercati molto più grandi come Atlanta, Los Angeles, Seattle e Toronto.

Ma se dovessimo indicare un singolo stadio cruciale per la storia recente del calcio statunitense maschile ci sono pochi dubbi che quel ruolo verrebbe assegnato all’ormai pensionato Historic Crew Stadium. E allora, per celebrare un vero e proprio Colosseo dello sport, andiamo a rivivere le tappe che hanno reso un complesso architettonicamente neanche troppo impressionante nel bel mezzo del Midwest statunitense Lo Stadio del soccer per eccellenza.

La prima partita

Il 15 maggio del 1999 i Columbus Crew ospitano in un match di regular season i New England Revolution. Guidati in attacco da Stern John, attaccante trinidadiano che avrebbe concluso quella stagione come capocannoniere della lega guadagnandosi poi l’allora trasferimento in uscita più costoso nella storia della MLS al Nottingham Forest, i Crew esordiscono nella loro nuova casa, e lo fanno vincendo 2-0 – un risultato che come vedremo è scolpito nella storia di questo stadio – proprio con un John in eccellente forma. L’attaccante prima serve uno splendido cross per la rete inaugurale nella storia dello stadio, una bella conclusione di Jeff Cunningham, attaccante giamaicano con la numero 11 – e segnatevi anche questo dettaglio – terzo miglior marcatore nella storia della lega, e poi si mette in proprio, infilando di testa il cross proprio di Cunningham, che ricambia così il favore. L’allenatore di quella squadra, che terminerà al secondo posto la Eastern Conference venendo eliminata nella finale di Conference da DC United, è da due stagioni – e lo sarà per altre due dopo questa – Tom Fitzgerald, allora quarantonovenne di Lake Luzerne, New York, arrivato a Columbus dopo dieci anni alla guida del programma maschile di Tampa University. Nel 2004, proprio a Tampa, università che era ritornato ad allenare dopo una stagione deludente a UCLA, Tom Fitzgerald, in sella alla propria motocicletta, si scontra con un SUV. Se all’inizio sembra uscire illeso dall’incidente, Fitzgerald fu presto vittima di un’emorragia, e morì poco dopo all’ospedale della città della Florida, in sala operatoria. Nel 2005 una placca dedicata alla sua memoria è stata installata proprio fuori dallo stadio dei Columbus Crew.

L’All Star Game 2000

Il ventinove luglio del 2000 a Columbus si presentano le stelle della MLS per quello che sarà il terzultimo tentativo, fino ad ora, da parte della lega di costruire un All Star Game sul modello delle altre leghe professionistiche americane, con uno scontro tra la Eastern Conference, in maglia blu, e la Western Conference, in maglia gialla. Nei primi cinque anni della competizione, in cui sono sempre due selezioni composte da giocatori della lega a sfidarsi – nel 1999 c’era stato l’esperimento Stati Uniti vs Resto del Mondo – l’evento si rivela sempre ricco di gol – l’All Star Game 1996 è quello con meno gol di tutti, ed è finito 3-2 per l’Est – e l’edizione del 2000, il primo evento che non sia una partita dei Crew a tenersi nello stadio, non sarà da meno. Non solo: si rivelerà infatti l’All Star Game con più gol di sempre. La partita finirà 9-4 – NOVE A QUATTRO – e avrà uno svolgimento se possibile ancora più assurdo. Mathis apre le marcature al secondo minuto per l’Est, ma è la Western a rimontare e a dominare il primo tempo: due reti di Ante Razov e una del salvadoregno Mauricio Cienfuegos portano l’Ovest sul 3-1, questo prima del pareggio in tre minuti con le reti dei due sudamericani Jaime Moreno e Adolfo Valencia. Piotr Nowak riporta in vantaggio l’Ovest, ma nel secondo tempo non c’è veramente storia, con l’Est che domina. Mark Chung pareggia, poi Mamadou Diallo trova la doppietta nel giro di due minuti, e nel giro di undici minuti tra sessantacinquesimo e settantaseiesimo Jay Heaps, Dante Washington e Brian McBride chiudono la questione per la Eastern Conference. Dopo quel folle incontro, l’Historic Crew Stadium ospiterà una sola altra volta nella sua storia la competizione, nel 2005, quando viene inaugurato il format più duraturo della competizione, quello che ha resistito fino all’ultima edizione, tenutasi nel 2019, con l’invito di una squadra straniera a sfidare gli All Star della MLS. Quell’anno il Fulham, che aveva appena iniziato a diventare noto come “Fulhamerica” – con in rosa Brian McBride, Carlos Bocanegra e il canadese Radzinski – venne sconfitto 4-1 con sugli scudi un eccellente Clint Dempsey, che curiosamente pochi anni dopo avrebbe scritto alcune delle pagine più importanti nella storia dei Cottagers.

Nasce il mito del dos a cero

Il ventotto febbraio 2001 lo USMNT gioca per la seconda volta nel nuovo stadio dei Columbus Crew, sperando stavolta di trovare la sua prima rete, visto che l’incontro con il Costa Rica dell’anno prima, valevole per la qualificazione al mondiale 2002, era terminato 0-0. All’interno dello stesso giro di qualificazioni dunque la nazionale statunitense ospita il Messico. Al primo minuto del secondo tempo, su un lancio lungo di Clint Mathis a difesa messicana scoperta, Jorge Campos effettua una delle sue uscite scriteriate, ma questa volta non ci fa una figura propriamente eccezionale. L’iconico portiere-attaccante liscia completamente il pallone e permette a Josh Wolff, colui che adesso allena Austin FC nella loro expansion season e che potreste aver visto sulla panchina di quello stadio come assistente di Gregg Berhalter ai tempi dei Crew, di segnare a porta completamente vuota. All’ottantasettesimo minuto lo stesso Wolff, impegnato a perdere tempo nei pressi della bandierina, si libera di due difensori messicani e scende fino al limite dell’area piccola, servendo un pallone che Earnie Stewart, oggi General Manager della USSF, deve solo spingere in rete. Quel giorno, con quella vittoria, nessuno può saperlo esattamente ma è nata la leggenda del Dos A Cero. Un anno e mezzo dopo, agli ottavi di finale del mondiale di Corea del Sud e Giappone, lo USMNT eliminerà proprio il Messico nel primo scontro tutto CONCACAF nella fase finale di un mondiale con un netto 2-0 firmato Donovan e McBride – che all’epoca giocava proprio per i Crew – e da lì in poi tutti gli scontri casalinghi dello USMNT contro El Tri nel corso del cosiddetto Hexagonal, il girone a sei finale che decide i qualificati del Nord, Centro America e Caraibi alla Coppa del Mondo, si svolgeranno allo stadio dei Columbus Crew, e continueranno a propagare la leggenda del Dos A Cero. Le due formazioni si scontreranno nel 2005 e finirà 2-0, nel 2009 e finirà ancora una volta 2-0. Nel 2013 non vi dico come è finita ma vi anticipo solo che su quella partita ci torneremo. La tradizione cadrà solo nel disgraziato girone di qualificazione per i mondiali 2018. L’undici novembre 2016 Donald Trump ha vinto da poco le elezioni presidenziali statunitensi con una campagna caratterizzata dal tormentone razzista e xenofobo sulla costruzione del muro al confine tra Stati Uniti e Messico, e anche se è legittimo immaginare che tanto i giocatori messicani quanto a quelli statunitensi non abbiano subito particolarmente l’impatto dell’evento al momento della partita, al contrario dei media tanto dei due stati quanto internazionali, l’incontro finisce con la vittoria del Messico in trasferta per 2-1. Bobby Wood pareggia il gol del vantaggio di Layun, ma all’ottantottesimo l’eterno Rafa Marquez, che nel Dos A Cero del mondiale 2002 si fece espellere esattamente a quel minuto, trova la rete della vittoria. Sarà l’ultima volta di USA-Messico al Crew Stadium, ma potrebbe essere l’ultima volta anche a Columbus. Nel rinnovato girone a otto che deciderà le sorti della CONCACAF per il mondiale 2022 infatti lo USMNT dovrebbe ospitare i rivali di sempre all’Allianz Field delle Twin Cities, la casa di Minnesota United.

La finale di MLS Cup 2001

Alla fine di un 2001 già storico per lo stadio, il Crew Stadium viene scelto per la prima volta per ospitare la finale della MLS Cup, cosa che ripeterà altre due volte nella sua storia, ma entrambe – nel 2015 e nel 2020 – quando la MLS avrà già deciso di far svolgere l’evento non in campo neutro, ma in casa della finalista meglio piazzata al termine della regular season. Come potrete immaginare visti i primi scampoli di vita dell’arena, la partita non è una di quelle qualunque. Si sfidano, in un derby californiano atipico per la finale di una lega americana – ma quell’anno la lega aveva abbandonato per i playoff la divisione in Conference – i San José Earthquakes e i Los Angeles Galaxy. La partita finisce 1-1 ai tempi regolamentari e ai supplementari Dwayne DeRosario segna il gol del 2-1. Siamo nell’era del golden goal, e dunque gli Earthquakes – fino all’anno prima noti come Clash – ottengono il primo trofeo nella loro storia. Si tratta della prima MLS Cup anche per colui che ne ha vinte più di tutte. Landon Donovan, all’epoca un diciannovenne con i capelli biondo platinato in prestito dal Bayer Leverkusen, è infatti presente in quella squadra, e non solo, è già decisivo, avendo segnato il gol dell’iniziale vantaggio dei suoi. Tornerà a giocarsi quel titolo altre sei volte, vincendo altre cinque volte, la prima con gli Earthquakes nel 2003 e poi sempre con i Galaxy tra il 2005 e il 2014, anno del suo – primo – ritiro dal calcio giocato. I Galaxy, fino ad allora perdenti d’eccellenza in MLS, avendo collezionato la terza sconfitta nelle prime tre partecipazioni tra 1996 e 2001, torneranno a giocarsi il titolo l’anno successivo e lo vinceranno, battendo i New England Revolution con un altro golden goal, quello del Pescadito Carlos Ruiz.

Il mondiale 2003

Il mondiale di calcio femminile si era tenuto negli Stati Uniti già nel 1999, edizione conclusasi con la leggendaria vittoria dello USWNT e l’iconico calcio di rigore di Brandi Chastain, e nel 2003 si sarebbe dovuto tenere in Cina. Lo scoppio dell’epidemia di SARS-CoV-1 però costrinse il paese asiatico ad abdicare, con gli onori degli ospiti che passarono agli Stati Uniti. Il mondiale terminò con il primo titolo mondiale della Germania e con le campionesse in carica costrette alla finale per il terzo posto proprio dalle future campionesse, incontro poi vinto 3-1 contro il Canada. Tra le città ospitanti di quel torneo ci fu anche – e difficilmente sarebbe potuto essere altrimenti, vista la velocità con cui quel mondiale fu messo in piedi e vista l’allora scarsezza di stadi specifici per il calcio in giro per il paese – Columbus con il suo Crew Stadium. Durante la competizione lo stadio ospitò sei partite, tra cui la maggior parte del gruppo C con Germania, Canada, Giappone e Argentina, e due partite del girone A, con Svezia, Nigeria, Corea del Nord e Stati Uniti. Proprio queste ultime due squadre si sfidarono nell’incontro vinto 3-0 dalle padrone di casa, uno degli unici due incontri ufficiali che lo USWNT abbia giocato nello stadio, insieme all’incontro di SheBelieves Cup 2018 vinto per 1-0 contro la Germania e insieme a cinque amichevoli tra il 1999 e il 2019 – l’ultima delle quali, il sette novembre 2019 contro la Svezia, era parte del primo giro di partite per il nuovo tecnico dello USWNT, Vlatko Andonovski.

I playoff 2008

La vittoria della US Open Cup nel 2002 aveva regalato ai Columbus Crew il primo trofeo nella loro storia, ma il successo in MLS tardava ad arrivare per quella che è unanimemente riconosciuta come l’Original Franchise della MLS, essendo stata la prima a venire annunciata dalla lega nella sua storia, e non sarebbe arrivato prima di due arrivi cruciali. Sul campo quello, nel 2007, del secondo giocatore più titolato nella storia del Boca Juniors, Guillermo Barros Schelotto, allora trentaquattrenne, e in panchina quello di Sigi Schmid, che proprio al Crew Stadium aveva perso la MLS Cup 2001 come allenatore dei Galaxy. L’attaccante argentino e il tecnico di origine tedesca, scomparso il giorno di natale 2018, pochi mesi dopo aver lasciato per l’ultima volta una panchina, quella dei Los Angeles Galaxy, su cui poi sarebbe stato sostituito proprio dalla sua ex stella ai tempi dell’Ohio, portarono i Columbus Crew a vincere la MLS Cup nel 2008 contro i New York Red Bulls. La regola che vuole la squadra con la migliore posizione in regular season come ospitante della finale sarebbe però entrata in vigore solamente due stagioni dopo, e allora la finale si giocò in quel di Carson, nella casa dei Galaxy. L’ultima partita del Crew Stadium in quella stagione fu dunque la finale di Eastern Conference, in cui i Columbus Crew rimontarono il gol dell’ex McBride nel secondo tempo grazie a Chad Marshall e Eddie Gaven.

Il rigore sbagliato (apposta?) da Clint Dempsey

Dicevamo di quello che è, ad oggi, l’ultimo capitolo della leggenda del Dos A Cero e che rimarrà per sempre l’ultimo scritto sul terreno dell’Historic Crew Stadium. Il dieci settembre del 2013 un Messico la cui partecipazione al mondiale brasiliano è, a meno di un anno dall’evento, tutt’altro che scontata, arriva a Columbus e non ci capisce molto per tutta la partita. Al quarantanovesimo Eddie Johnson colpisce di testa a porta vuota su calcio d’angolo in seguito ad un collasso della difesa del Tri, mentre al settantottesimo Landon Donovan – e chi altrimenti – è lì presente sul tap-in regalatogli, in un’eccesso di confidenza, dal suo marcatore, che partiva con chilometri di vantaggio. Quando un altro 2-0 sembra ormai un fatto acquisito, a dieci secondi dalla fine del recupero assegnato dall’arbitro giamaicano Campbell, Clint Dempsey si libera sulla fascia e scende in area marcato dalla linea di fondo, praticamente in un replay, nella stessa esatta zolla di campo, della giocata con cui Josh Wolff aveva servito l’assist a Earnie Stewart per l’OG Dos A Cero, ma stavolta viene steso per quello che non può non essere un evidente rigore. Proprio Dempsey si prende il compito di tirare il rigore e lo sbaglia clamorosamente, spedendolo al lato destro della porta. Che lo abbia fatto apposta per preservare la tradizione che vuole che gli incontri tra le due nazionali in quello stadio finiscano 2-0 per i padroni di casa? Il dibattito è ancora in atto, e il replay aiuta solo relativamente, ma…. scherzo. Certo che lo ha sbagliato apposta. Ci metterei la mano sul fuoco. Parliamo di Clint Dempsey, un atleta che è arrivato dove è arrivato solo grazie ad una mentalità competitiva fuori scala per il resto dell’umanità nonostante un percorso più che accidentato. Se sbagliasse veramente un rigore non reagirebbe con la calma olimpica con cui lo vediamo osservare il pallone che va a distruggere qualche cartellone pubblicitario, senza contare che un giocatore con la sua tecnica difficilmente tirerebbe un rigoraccio del genere. Ma sopratutto parliamo di un maestro che ha elevato la cosiddetta shithousery al livello di un’arte giapponese e sa perfettamente che ai suoi rivali storici farebbe molto più male perdere quella partita 2-0 piuttosto che 3-0. E infatti lì finiranno le provocazioni tra le due parti. Quando, un mese dopo, il Messico perderà l’ultima partita dell’Hexagonal contro il Costa Rica, gli Stati Uniti faranno la loro parte battendo Panama, rimandando così di quattro anni il sogno mondiale della nazione centroamericana – senza sapere che sarebbero stati proprio loro dal lato sbagliato di quel sogno – e garantendo così al Tri del “Piojo” Herrera di potersi giocare lo spareggio che poi li spedirà nel gruppo dei padroni di casa al mondiale brasiliano dell’anno successivo.

La notte in cui nacque il #SaveTheCrew

La notte di Halloween del 2017 al Mapfre Stadium – denominazione presa in seguito ad un accordo di sponsorizzazione – si sfidano i Columbus Crew e New York City FC. Sulle tribune tifosi, famiglie e ragazzi indossano non solo il giallonero dei Crew ma anche costumi per celebrare la serata più spaventosa dell’anno e per sostenere la loro squadra in quella che è l’andata della semifinale della Eastern Conference. Ma l’atmosfera, anche se i padroni di casa allenati da Gregg Berhalter vinceranno 4-1 contro i Citizens di Patrick Vieira, vantaggio che riusciranno a mantenere anche al ritorno, non è di quelle di festa. Un mese prima infatti il proprietario della franchigia Anthony Precourt, arrivato nel 2013 al posto della famiglia Hunt, aveva annunciato la sua intenzione di spostare la franchigia ad Austin, dando inizio ad un movimento di protesta da parte dei tifosi, chiamato #SaveTheCrew, attivo sia sui social che sulle tribune del Mapfre Stadium. Con il destino della franchigia in bilico, i Crew di Berhalter sorprendono in quei playoff, arrivando neanche troppo lontani dall’eliminare in finale di conference la squadra forse più forte nella storia della MLS, i Toronto FC di Greg Vanney, e il movimento prende quota. Nel marzo 2018 il procuratore generale dell’Ohio Mike DeWine intenta una causa a Precourt citando una legge anti-rilocazione di una franchigia professionista passata dallo stato nel 1996 dopo che il proprietario dei Cleveland Browns spostò letteralmente da una notte all’altra l’intera franchigia a Baltimore, e nell’ottobre dello stesso anno i proprietari dei rinati Cleveland Browns, la famiglia Haslam, annuncia di aver acquistato la franchigia dallo stesso Precourt, che riceve dalla MLS uno slot per l’espansione ad un prezzo ridotto per avere la sua franchigia a Austin. I Crew sono stati salvati, la leggenda dello stadio si mantiene tale, anche se una delle prime decisioni da parte della nuova proprietà sarà quella di annunciare la costruzione di un nuovissimo stadio nella downtown cittadina, trasformando dunque il Mapfre Stadium in parte del complesso d’allenamento della franchigia. Fatto anche divertente considerato che proprio la questione dello stadio aveva spinto in primo luogo Precourt a cercare una nuova casa per la sua franchigia.

La MLS Cup 2020

Dopo l’addio di Gregg Berhalter in direzione USMNT, all’alba del 2019 il GM ex Toronto FC Tim Bezbatchenko e l’allenatore ex Portland Caleb Porter vengono scelti dalla franchigia per ricostruire la squadra. Il progetto si dimostra ambizioso, e anche se il primo anno vengono mancati i playoff, nel secondo anno aumentano significativamente gli investimenti. Il record per il trasferimento più costoso della squadra viene spazzato via per Lucas Zelarayan e via trade arriva da Atlanta Darlington Nagbe, riunito a Porter dopo i tempi al college a Akron e in MLS a Portland – con cui vinsero, proprio al Mapfre Stadium, la MLS Cup 2015 contro i padroni di casa. La squadra è solida e pure nella confusa stagione 2020 riesce ad arrivare in finale di MLS Cup, battendo i Revolution di Bruce Arena nella finale di Conference. Di fronte ci sono i Seattle Sounders, i campioni in carica nonché alla loro quarta finale nelle ultime cinque edizioni. Prima della partita una brutta notizia: Nagbe, il cervello del centrocampo dei Crew, non potrà essere presente perché positivo al Covid. Tra i titolari viene gettato Aidan Morris, classe 2001, rookie prodotto del vivaio Crew. Il ragazzo, allora sedicenne, era in tribuna quando i Crew sfidarono New York City nelle semifinali di conference sul punto di trasferirsi ad Austin. Lo spettro della rilocazione avrebbe impattato direttamente sulle ambizioni di Morris, che difficilmente avrebbe potuto ambire a giocare in una finale della MLS Cup avesse perso il proprio posto in un settore giovanile professionistico ad un’età così critica per lo sviluppo. Nella partita i Crew dominano. Zelarayan, il trasferimento più costoso nella storia del club, gioca una partita senza senso realizzando una doppietta e di fatto mettendo in piedi l’altro gol, segnato da Derrick Etienne, mentre Aidan Morris fa sparire dal campo il pericolo pubblico numero 1 in casa Sounders, l’uruguaiano Nicolas Lodeiro. La partita finisce 3-0, e per i Crew e la seconda MLS Cup nella loro storia, la prima dopo essersi fatta rimborsare il biglietto di sola andata per Austin, l’ultima giocata dentro il loro stadio, il primo di questo tipo nella storia della MLS.

L’ultima partita

Torniamo nel presente. Neanche una settimana fa i Columbus Crew hanno ospitato i Chicago Fire nell’ultima partita dell’Historic Crew Stadium, di fronte ad un pubblico per la prima volta dall’inizio della pandemia in grado di garantire il tutto esaurito sulle tribune. La partita si è chiusa con una vittoria dei padroni di casa. Il risultato, vista la storia dello stadio, non poteva che essere un 2-0, l’ultimo Dos A Cero di questi ventidue anni. A segnare una doppietta Gyasi Zardes. Il centravanti losangelino, ex bambino prodigio di casa Galaxy, ha trovato in Columbus un luogo in cui garantirsi la stabilità che era mancata nelle ultime stagioni in California. Nella disastrosa stagione 2017 era stato riciclato anche come terzino destro, mentre nell’Ohio è diventato l’ennesimo beneficiario del Trattamento Speciale Berhalter Per Attaccanti Discontinui, tirando fuori nel 2018 la sua migliore stagione di sempre – come prima di lui Dominic Oduro, Kei Kamara e Ola Kamara – riguadagnandosi così anche la nazionale. Nei Crew di oggi, quelli con cui ha conquistato il secondo anello da campione MLS nella sua carriera, indossa il numero 11, e con quella maglia ha segnato la doppietta che ha chiuso la storia del primo stadio soccer specific nella storia della MLS. Curiosamente, e se vi ricordate vi avevamo detto di tenere a mente questo dettaglio, perché sarebbe tornato utile per chiudere l’ultimo giro di coincidenze assolutamente incredibile e senza senso per uno stadio, anche il primo marcatore nella storia dell’Historic Crew Stadium, Jeff Cunningham, in quel lontano match della MLS 1999 contro i New England Revolution, indossava il numero 11.

Quando ho iniziato a pensare di scrivere qualcosa per ricordare l’impatto decisivo che l’Historic Crew Stadium ha avuto nella storia del soccer statunitense, conoscevo alcuni dei suoi momenti cruciali, ma onestamente non avevo la benché minima idea che così tante coincidenze, così tanti movimenti circolari andassero ad aprirsi e a chiudersi all’interno di questa arena un po’ spoglia, non eccessivamente grande, dalla forma anche abbastanza stravagante, che è stata per ventidue anni la casa dei Columbus Crew. Ci sono stadi che neanche in un secolo di storia riescono a mettere in piedi una mitologia strutturata e complessa come quella del Crew Stadium, e non solo, perché mi sento di dire con assoluta sicurezza che è quasi impossibile immaginare uno stadio la cui mitologia assuma tinte così fortemente macondiane. Tutta questa circolarità è quasi inquietante, sembra irreale, irragionevole, inspiegabile. Ma la cosa forse più significativa nella storia di questo stadio è che ha dimostrato a migliaia di persone, a decine e decine di ragazzini, che qualcosa di diverso era possibile. Lo ricordo per l’ennesima volta: la storia del calcio americano non va mai data per scontata. Nulla, nelle lande del soccer, è mai stato garantito, neanche la sopravvivenza. Per molti decenni, diventare un calciatore professionista per un ragazzino o una ragazzina statunitense è stato un qualcosa di molto meno tangibile rispetto ai loro coetanei nel resto del mondo, anche per quelli che avevano i mezzi economici per sostenersi in un sistema che fino a qualche anno fa era esclusivamente basato sul pay-to-play. Questo è il messaggio che cerca di far passare anche Josh Williams, difensore dei Crew e nativo di Cleveland, nella lettera da lui scritta per il Columbus Dispatch per celebrare la legacy di questo stadio. Entrato per la prima volta ad undici anni al seguito del padre nel nuovissimo Crew Stadium, decise immediatamente che il calcio sarebbe stata la strada che avrebbe voluto perseguire – parliamo di un atleta che al liceo giocava anche a pallacanestro e a baseball, e che all’università avrebbe potuto partire come shortstop per Kentucky o West Virginia, piuttosto che come difensore a Cleveland State. “Lo stadio non era così grande, ma all’epoca, senza aver mai visto uno stadio costruito apposta per il calcio, sembrava una gigantesca cattedrale”, dice il difensore – alla data in cui si scrive con più di centoquaranta presenze nei Crew in due stint tra il 2010 e il 2014 e il 2017 e oggi – “questo stadio è intrecciato con quello che sono. Dalla prima volta che ho giocato su questo campo, mi sono ripromesso di non abituarmici mai, a non darlo mai per garantito. E mai lo farò”. Il valore intrinseco che l’Historic Crew Stadium ha assunto all’interno della cultura calcistica statunitense è difficilmente quantificabile, e onestamente spero di essermi anche solo avvicinato a definire esattamente quanto sia stato importante per dare radici al più nomade e inconsistente dei movimenti sportivi. Cosa ne sarà adesso di questa cattedrale dello sport negli Stati Uniti? Per fortuna non verrà abbandonato a se stesso. Lo stadio verrà infatti parzialmente integrato all’interno delle nuove strutture d’allenamento che i Columbus Crew hanno costruito proprio nei dintorni della loro vecchia casa, ma soprattutto verrà utilizzato dalla città per migliorare i servizi offerti alla comunità – più di duecentomila persone abitano a meno di tre miglia di distanza dallo stadio – diventando parte integrante di un nuovo parco pubblico sulla cui strutturazione saranno interrogati e consultati proprio i cittadini grazie a questo sondaggio presente sul sito del Columbus Community Sports Park. E magari da qualche parte metteranno una targa a ricordare il cartellone pubblicitario che fu colpito da Clint Dempsey quando sbagliò apposta un rigore per mantenere viva la leggenda del Dos A Cero.

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