I New York Cosmos avevano due Pelé. Uno era O Rei, la perla nera, il numero 10, il giocatore del secolo. L’altro era un po’ più alto, veniva dalla Jugoslavia e giocava in difesa con la fascia da capitano. Il suo nome era, ed è, Werner Roth. A definirlo “il Pelé della difesa” era stato il New York Times, nel 1975. Werner come Werner Herzog, altro grande simbolo di quegli Anni Settanta capaci di rivoluzionare tanto il cinema quanto il calcio americano. Cinema e calcio, pellicola e cuoio, Werner e Roth. Con un massimo comune denominatore: i New York Cosmos, la squadra d’America. Ma i giocatori che l’altra sera hanno conquistato il Soccer Bowl per il secondo anno consecutivo sono roth-victory-cosmossoltanto i lontani pronipoti dei mostri che si scambiavano la palla oltre quarant’anni fa.

Uno non vorrebbe farne una questione di numeri, ma… Cinque i titoli conquistati dal ’68 all’84, quattro divinità del calcio scese in terra (Pelé, Johan Cruijff, Franz Beckenbauer, Carlos Alberto), senza dimenticare Chinagliatre stadi storici, due tifosi da non crederci (Henry Kissinger e Mick Jagger) e un film, meraviglioso: “Fuga per la vittoria”. Werner Roth, che nel tempo libero faceva l’architetto, prese parte nel 1981 al film di John Houston. Per una volta, però, dovette fare la parte del cattivo militando tra le fila naziste. Una scelta dettata dalla sua padronanza della lingua tedesca (i suoi genitori erano tedeschi emigrati prima nella penisola balcanica, poi negli Stati Uniti). Sempre con l’inseparabile fascia da capitano al braccio. Ironia della sorte è proprio lui – ma a pensarci bene è tutto magnificamente calcolato – che si fa parare all’ultimo minuto il rigore decisivo da Sylvester Stallone. Lui, figuriamoci. C’è da dire che di fronte aveva Pelé, nei panni del soldato di Trinidad Luis Fernandez. La rovesciata che fa in faccia ai nazisti è Patrimonio dell’Umanità, o almeno dovrebbe esserlo. Ma in campo c’erano anche santoni come Bobby Moore, Osvaldo Ardiles, John Wark e Kazimierz Deyna. Mica pizza e fichi.

roth-victory-peleAll’epoca del film, Roth aveva già appeso le scarpette al chiodo da un paio di anni, a causa di un grave infortunio al ginocchio. Ma il dolore più grande della sua vita (per il calcio) è stato quello di assistere al declino della sua squadra. Si è più volte definito “triste e nostalgico” per ciò che sono diventati i Cosmos, con i quali ha giocato 125 partite e segnato due gol. Nel 1989 Roth fu incluso nella U.S. Soccer Hall of Fame per il contributo dato al calcio degli Stati Uniti. Ancora oggi la sua fame di calcio non si è affievolita: Roth è infatti a capo di Super Soccer Stars, un’organizzazione che educa i bambini di due-tre anni attraverso il pallone. Da “Fuga per la vittoria” in poi il calcio è cambiato. Come il cinema del resto. E anche se la NASL che “l’altro Pelé” ricordava non è più la stessa di oggi, il soccer made in Usa ha fatto passi da gigante. “I Cosmos torneranno”, vi dirà qualunque tifoso attempato all’uscita dallo stadio. Perché era, ed è, questa la forza del “club delle stelle”: resistere. Resistere alle partenze dei campioni, resistere al declino, alle sconfitte, alla rabbia dei sostenitori, alla speculazione. Resistere. Un verbo che, a chi ha conosciuto la follia nazista, dice molto.

DE NIRO, SAVARESE, NOSELLI: NY COSMOS, LA “LITTLE ITALY” DEL SOCCER


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