De Matthaeis: "C'è ancora poca competenza nel soccer, ma il vento sta cambiando" | MLS Soccer Italia

De Matthaeis: “C’è ancora poca competenza nel soccer, ma il vento sta cambiando”

Che rapporto c’è stato tra italiani e calcio americano negli ultimi decenni? Nel 1976 il ventinovenne Giorgio Chinaglia, prolifico centravanti laziale nonché capitano biancoceleste, si trasferisce ai New York Cosmos, dove rimarrà per otto stagioni. Secondo italiano in squadra dopo il portiere Maurizio Minieri, per un anno Chinaglia gioca a fianco di Pelé, in onore del quale i Cosmos vestono di bianco, come il Santos di O Rei. Anche Franz Beckenbauer, Johan Neeskens e Swat Van der Elst indosseranno la maglia dei Cosmos, ma negli anni successivi al ritiro di Pelé la popolarità della squadra precipiterà fino allo scioglimento, avvenuto nel 1985. I Cosmos rinascono nel 2010, anno in cui i newyorkesi prendono parte alla serie B americana, la North American Soccer League.

Il pugliese Ferdinando De Matthaeis è stato uno dei sei italiani ad aver militato nelle file degli storici Cosmos negli anni Ottanta. Attualmente coach del Miami Fusion, formazione della Sunshine Conference nella National Premier Soccer League (NPSL), quarto livello del calcio statunitense, è stato intervistato da “La Voce di New York” riguardo il futuro del soccer.

A differenza dell’Italia, dove i bambini imparano il calcio nei campetti e per le strade, negli Stati Uniti l’amore per lo sport nasce nelle scuole. Che differenze ci sono tra le scuole calcio nostrane e quelle americane?

“Io ho la fortuna di conoscere benissimo le due realtà calcistiche e non mi trova d’accordo sui settori giovanili. Ovviamente in USA non c’è la cultura del calcio imparato per strada, ma è solo un calcio organizzato dove c’è sempre un qualcuno che organizza gli allenamenti e spesso sono i giocatori a ‘spingere’ i propri figli a partecipare allo sport in generale, con carenza di improvvisazione. Però è anche vero che in Italia da diversi anni si sta seguendo lo stesso trend, con ragazzini che partecipano a pagamento alle scuole calcio. Purtroppo ne sta pagando il dazio il calcio italiano che da anni non produce campioni. Ma sono i tempi a essere cambiati e dobbiamo solamente prenderne atto”.

Il tifo organizzato ha un grande peso in Italia. Esistono ultras americani? Com’è composta la tifoseria negli stadi americani?

“Il tifo organizzato in Italia è un’arma in più, ma comunque un’arma a doppio taglio. Sappiamo benissimo che tante piazze sono molto esigenti, soprattutto al Sud Italia – io ho vissuto quest’esperienza al Foggia sia da calciatore che da allenatore – e posso assicurare che se da un lato i tifosi spronano la propria squadra, dall’altro ti mettono molte pressioni e spesso, se i risultati non vengono, si sfocia in contestazioni e atti di violenza. I tifosi e i magazzinieri sono gli unici elementi che non cambiano mai. Per il resto giocatori, allenatori, presidenti e dirigenti vanno e vengono.
Per quel che riguarda la tifoseria organizzata negli USA, negli ultimi anni si stanno creando una cultura e anche delle rivalità. Ma non possiamo assolutamente paragonare il tifo del resto del mondo. È un modo multietnico e ognuno di noi tifa per una squadra della nostra nazione e poi simpatizza per la squadra locale americana. Anche quando gioca la nazionale USA, gioca sempre ‘fuori casa’! Se si gioca USA-Italia a New York, ci sarà il 50-60% dello stadio che tiferà Italia e il resto, i non italiani, che faranno il tifo per gli USA. In America, in tutti gli sport in generale, esiste un tifo ‘artificiale’, con i cartelloni che spronano a incitare la squadra, la presenza delle mascotte, le cheerleader. È sempre una festa…”

Il salary cap, o tetto salariale, impedisce ai team americani di sforare una certa quota, rendendo così le squadre un curioso mix di grandi campioni spesso alle soglie della pensione, i cosiddetti Designated Players, e giocatori di livello medio-basso per i nostri standard. Pensa che sia un limite per il calcio statunitense?

“Non condivido molte cose del sistema professionistico americano, però è una formula che sta avendo successo. Il settore calcistico americano è in salute ed è un’industria che dà lavoro a molti. Purtroppo c’è molta gente incompetente, ma il sistema dà l’opportunità a tutti. La MLS controlla tutti i movimenti in entrata e in uscita dei calciatori di tutte le società per mantenere un equilibrio e non creare disparità tra i vari club. Dall’altro lato, non essendoci promozioni o retrocessioni, non si crea quella situazione di urgenza e anche le squadre minori vivacchiano facendo campionati nell’anonimato perché non c’è necessità di salvarsi e quindi la richiesta dei calciatori che fanno la differenza non esiste oppure esiste solo per le società più blasonate per un discorso di marketing. Però, ripeto, è un sistema che sta funzionando e come si dice in America, why fix something if it’s not broken?”

Un intricato sistema di play-off al termine della regular season, la split-season schedule così poco familiare agli italiani, niente retrocessioni e promozioni: il soccer è così diverso dal football europeo. Il calcio made in USA sarà mai appetibile per noi? Come vede il futuro del soccer?

“Mi ricollego alla domanda precedente. Dopo trentacinque anni di calcio americano posso finalmente dire che ci sono stati molti progressi e che il calcio sta diventando uno sport nazionale, guadagnando la stima di tutto il mondo. Però vedo anche che siamo sempre indietro ai progressi delle altre nazioni. C’è una perdita di talenti incredibile. Il motivo è la mancanza di fame da parte di molti calciatori. Il calciatore americano, fino all’età di sedici, diciassette anni, dopo una crescita nei vari settori giovanili è competitivo. Lo dimostra il fatto che le nazionali USA giovanili sono sempre molto competitite. Poi gli si presenta l’opportunità o di iniziare la carriera da calciatore e quindi fare la gavetta, guadagnando il minimo indispensabile per vivere e sperare che un giorno possa realizzare il suo sogno oppure accettare una borsa di studio da parte di un college americano che gli offre la possibilità di giocare nella NSCAA e di ottenere un titolo di studio che nel giro di pochi anni gli garantirebbe un lavoro, ma soprattutto di guadagnare salari di molto superiori a quelli a cui potrebbe ambire da calciatore. È appunto mancanza di fame. D’altro canto non si possono dare colpe ai genitori che spronano i propri figli a continuare il discorso scolastico. In pratica l’obiettivo di molti giocatori e soprattutto dei genitori è di utilizzare le capacità tecniche per usufruire di una borsa di studio nelle università americane con la conseguenza di perdere molti talenti. Fino a quando non ci metteremo al livello delle altre nazioni, con promozioni e retrocessioni e un sistema di mercato calciatori – che in America non esiste, infatti ogni calciatore è libero di giocare con qualsiasi società ogni anno – non arriveremo mai a livelli di essere una potenza mondiale e vincere un mondiale”.


Ringraziamo Isabella Zuppa per averci concesso di pubblicare l’intervista realizzata per La Voce di New York


 

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